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I tatuaggi: tra storia, stigma e moda

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E tu cosa vuoi fare da grande?

Alice Lando, in arte lafragile, proprietaria dello studio Bluestate in Via Annibale da Bassano 3 (Arcella), ormai non ha più dubbi: per essere felice ha bisogno di tatuare.

«Mi ricordo la sensazione. Ero concentrata, completamente immersa. Non ti puoi permettere il minimo errore quando tatui, ma quella concentrazione per me è stata una sorta di meditazione. Ero chiusa nella mia bolla, nei miei pensieri. Mi è piaciuto così tanto che ho  pensato: io voglio fare questo tutta la vita».

L’arte dei tatuaggi è tanto antica quanto sacra. Otzi è una mummia tatuata vissuta 5300 anni fa. Il suo cadavere è stato ritrovato tra i ghiacci del Trentino-Alto Adige e ancora conserva tracce di tatuaggi, ottenuti sfregando carbone polverizzato su incisioni aperte della cute.

Una tecnica semplice, forse un po’ rudimentale ma che ricorda tecniche ancora di moda come il modernissimo hand poke.

Gli studi fatti attorno ad Otzi, – con maggiore rigore scientifico, la Mummia del Similaun – hanno ipotizzato, per i tatuaggi della mummia, uno scopo medico e terapeutico. All’epoca si pensava che queste incisioni fossero in grado di curare e lenire i dolori fisici! Una funzione nobile, che ha segnato gli inizi di questa arte.

Gli Antichi Romani furono i primi a tentare di ribaltarne il significato e ad alludere a una correlazione tra inchiostro e delinquenza. A Roma chi si marchiava di inchiostro veniva etichettato come un delinquente. 

Lo stigma sembra dei tatuaggi ha quindi un’origine molto antica, ma oggi è stato superato?

In realtà, come ci conferma Giuseppe De Palo, piercer di Indastria Studio, gli inizi della sua attività nel 2002 non furono facili, proprio a causa dello stigma sociale attorno ai tatuaggi.

«Agli inizi non è stato facile. I tatuaggi e i piercing non erano diffusi come ora, era ancora un ambiente di nicchia, trasgressivo, borderline. Di conseguenza anche la mia professione non era ben definita e nemmeno ben accettata» 

E’ innegabile che dietro i tatuaggi ci sia un significato che va oltre l’inchiostro.

Pensate a tutta la faccenda dei tatuaggi a numero dispari!

Questa storia in realtà inizia un paio di secoli fa. I marinai olandesi avevano l’abitudine di tatuarsi prima di partire per mare. I tatuaggi, anche qui con un velo di irrazionalità, erano considerati una protezione sulla pelle, un simbolo che doveva dare forza all’animo.

Tatuarsi prima di partire era un rito, il secondo tatuaggio veniva fatto quando si approdava nella terra scelta e il terzo quando si tornava tra le braccia degli affetti a casa. 

Dopo questo primo battesimo del fuoco tripartito, i marinai, nei viaggi successivi, continuavano il rito del tatuaggio così: il primo lo si faceva arrivati a destinazione e il secondo una volta tornati nella loro Itaca.

I tatuaggi dei marinai a casa, che stavano bene, che erano vivi e vegeti, dunque erano sempre dispari e da qui la leggenda…

Pirati e marinai non venivano visti bene in società; non rispettavano le regole, vivevano con troppe sregolatezze e erano associati a un ceto basso. Nel ‘900 torna così più forte che mai lo stigma, che velocemente travolge anche le carceri.

I tatuati venivano dipinti dalla società come “brutti ceffi”. Forse ad alcuni soggetti, anche da gatta buia, poteva piacere questa idea del tatuaggio. Il logo della gang tatuato poteva dimostrare la fedeltà di un uomo alla malavita.

Non bisogna però mai esagerare. Cesare Lombroso, esponente di fine Ottocento per la moderna criminologia, in alcuni scritti mise in stretta correlazione il tatuaggio e la degenerazione morale innata del delinquente, istituzionalizzando così per la prima volta lo stigma da tatuaggio.

Lombroso, teorico da accademia, oggi viene ancora studiato. Seppur dubbie, le sue idee hanno il loro peso nei circuiti alti, complici di mantenere vivo lo stigma del tatuaggio.

L’ossessione per i tatuati brutti e cattivi ha portato degli effetti paradossali e macabri.

In Polonia, alle porte degli anni 2000,  i tatuaggi dei detenuti venivano tagliati dai loro corpi dopo il decesso e conservati in un archivio al fine di identificare le connessioni tra prigionieri in carcere. Una scena all’American Horror Story!

La controcultura degli anni 60-80 si oppose invece alla mentalità comune, appoggiata dall’accademia. Per hippie, punk, bikers, motociclisti il tatuaggio non era devianza, ma ribellione. Ampi gruppi di persone iniziarano ad utilizzare il tatuaggio come ariete contro i retaggi da Antica Roma e i precetti morali predicati dalla società dominante, dando vita ad un nuovo modo di pensare.

Con uno sguardo più attuale, nel 2023, il cerchio si è chiuso. Il tatuaggio è stato completamente sdoganato come abbellimento del proprio corpo e non è più visto con gli occhi giudicanti di un tempo. Tatuarsi oggi non è più un problema. Il tatuaggio è diventato un simbolo trasversale alla società: è ovunque e per chiunque. Anzi, è diventato addirittura di moda!

Oltre la pelle, concludiamo allora con qualche consiglio per un tatuaggio, con un occhio di riguardo alla sua evoluzione nel corso del tempo:

  • una mummia tatuata, come tributo al precursore del tattoo
  • un’ ancora di una nave, come i vecchi lupi di mare
  • un punk con la cresta, la vibe sarà molto anni Settanta
  • una frase motivazionale, e sei subito ai giorni nostri

E tu, che tatuaggio hai?