La golden age delle serie tv

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La scorsa settimana abbiamo parlato di podcast, sottolineando come la serialità sia stato un elemento fondamentale nel garantire la diffusione di questo strumento. E oggi ci troviamo a parlarne ancora una volta insieme a Nicolò Targhetta, che ha fatto proprio della serialità la chiave del suo successo. Se per lui infatti la costanza è una virtù fondamentale per perseverare nel lavoro e nella vita, scrivere e pubblicare ogni giorno gli ha permesso di creare anche un legame con il suo pubblico.  

Ma perchè la serialità ci piace tanto?

A differenza di come si potrebbe pensare, il racconto in serie non è nato con la televisione. La pubblicazione a puntate nasce infatti con il feuilleton, un genere letterario molto popolare nella Francia nell’Ottocento, in grado di fidelizzare il pubblico grazie a narrazioni ricche di colpi di scena, che venivano appunto pubblicate periodicamente sulle pagine dei giornali. L’equivalente in Italia è rappresentato dai popolarissimi romanzi d’appendice, che vedevano intricate vicende amorose svilupparsi nel corso dei capitoli pubblicati nelle ultime pagine di quotidiani, solo in un secondo momento accorpati e distribuiti sotto forma di libri. 

Passando per il cinema, con pellicole a metà tra il corto e il lungometraggio interrotte durante i cosiddetti “cliffhanger”, e per la radio con le soap opera, la tradizione del racconto seriale negli anni si è affermata sempre più, portando infine alla nascita della fiction seriale televisiva.

Quando si parla di serialità infatti, non si può che parlare del prodotto di intrattenimento più seguito al giorno d’oggi, ossia le serie tv. 

Per capire la portata del fenomeno, basta considerare che in soli sei mesi su Netflix sono stati visti contenuti per più di 100 miliardi di ore (dati che considerano il periodo tra gennaio e giugno 2023, pubblicati dalla piattaforma stessa). 

Nate negli anni Quaranta negli Stati Uniti con sperimentazioni in diretta che mescolavano caratteristiche tipiche della radio e del teatro, le cosiddette “teledramas”, le serie tv hanno attraversato diverse fasi, passando per le più variegate forme narrative. Dalla sitcom, trasmessa a cadenza settimanale nel prime time e con tematiche orientate alla classe media bianca, al drama.

La produzione di serie tv negli anni è cresciuta, assorbendo e riflettendo di volta in volta il clima culturale e politico dell’epoca. Di qui, la rappresentazione nel corso degli anni dei fenomeni al centro dell’agenda pubblica. 

Una nuova formula narrativa, destinata a cambiare per sempre il linguaggio delle serie tv, viene introdotta nel corso degli anni Ottanta, nel pieno del successo del genere poliziesco, con “Hill Street Blues”. È in questa produzione che si assiste infatti alla continuità narrativa interepisodica, grazie alla quale nel corso degli episodi vengono portate avanti due narrazioni: da una parte, storie a sé che si concludono al termine dell’episodio, dall’altra invece una continuità narrativa che si sviluppa di episodio in episodio, approfondendo le vicende legate ai personaggi, dai caratteri sempre più sfaccettati. 

La fine della Guerra Fredda negli anni Novanta porta negli Stati Uniti da una parte prosperità economica, ma dall’altra anche molta inquietudine e diffidenza nei confronti del nuovo modello globale, diffidenza che sfocia negli anni 2000 nei movimenti di contestazione no-global. Di qui l’insorgere di serie tv con tematiche spesso inquietanti. 

È in questo clima culturale che si inserisce “Twin Peaks” di David Lynch e Mark Frost, produzione che segna la prima grande cesura, dando una vera e propria scossa al mondo delle serie tv. Con una regia prestata dal mondo cinematografico, in “Twin Peaks” sogno e realtà si fondono, partendo dall’espediente narrativo di un crimine da risolvere per esplorare l’inconscio e i segreti più oscuri di una comunità cittadina. Assistiamo all’ibridazione di più generi, in cui si fondono elementi mystery, horror, mistici ma anche ironici, in una narrazione che si prende la libertà di lasciare il dubbio nello spettatore

Parallelamente, si afferma un filone narrativo dedicato al pubblico adolescente, il teen drama, che esplora sogni, dubbi e incertezze tipici dell’età. Negli stessi anni, a seguito di importanti conquiste per i diritti femminili, nasce la figura dell’eroina in prodotti come “Xena – principessa guerriera” o “Buffy l’ammazzavampiri”, nelle quali le figure maschili sono solo marginali, per poi approdare al Chick lit, che ritrae ricche figure femminili, nell’universo ad esempio di “Sex and the City”

Nel 2004 arriva il secondo grande punto di svolta, rappresentato daLost, vero e proprio evento mediatico globale. Creata infatti in epoca pre-social, la serie, dalla struttura narrativa a dir poco complessa, fatta di flashback e flashforward, dà vita ad un vero e proprio fandom, impegnato a discutere in rete le più svariate teorie sui finali di stagione, tuttora oggetto di interpretazioni controverse

La nascita in anni più recenti delle piattaforme di streaming video ha visto una vera e propria esplosione dei contenuti, dei generi più disparati, modificando le abitudini di consumo dei media. Una vera e propria overdose di serie tv. Se infatti prima la visione di serie tv era scandita dal ritmo di uscita degli episodi, con l’avvento di servizi come Netflix e Amazon Prime Video che mettono a disposizione l’intera stagione, la modalità di fruizione è cambiata, dando allo spettatore l’opportunità di scegliere quando guardare e cosa guardare e liberandolo così dal vincolo del palinsesto televisivo. La prima pubblicata interamente su Netflix è stata “House of Cards”, nel 2013, responsabile anche di aver aperto la strada al successo dei contenuti originali Netflix.

Dove si è arrivati oggi? 

Oggi le serie non si occupano più di fare solo intrattenimento. Se come detto precedentemente ogni serie riflette la sua epoca, non stupirà notare come oggi siano esplose le tematiche sociali, incaricate di creare awareness negli spettatori

Emblematico è il recentissimo caso di “Baby Reindeer”, che scritta e diretta dal reale protagonista delle vicende narrate, esplora tematiche legate a stalking, violenza sessuale e dipendenza. La serie, raccogliendo oltre venti milioni di visualizzazioni globali, si è trasformata in un vero e proprio fenomeno.

Si assiste dunque ad una serialità sempre più aperta a sperimentazioni innovative, originali e coraggiose nella forma e nei contenuti, che riflettono tematiche attuali, in grado di intercettare il cambiamento sociale in corso. Il contributo di figure provenienti dal mondo del cinema, sia dal punto di vista della regia che della recitazione, ha inoltre alzato notevolmente il livello qualitativo dei prodotti seriali, superando spesso il cinema, spesso accusato di non poter reggere il confronto poiché ormai sempre più standardizzato. 

Ma perché le serie tv ci piacciono così tanto?

La ragione per cui spesso capita di rimanere incollati al divano guardando un episodio dopo l’altro sorprendentemente sembrerebbe essere proprio biologica. Non si tratta infatti di pigrizia, ma di un comportamento chiamato binge watching, letteralmente “un’abbuffata di visioni”. La dipendenza causata dalla visione di un episodio dopo l’altro è del tutto simile a quella da droga: quando svolgiamo un’attività che ci piace il nostro cervello produce dopamina, che provoca in noi piacere ed eccitazione per un periodo limitato di tempo, al termine del quale, per riuscire a ritrovare quel grado di soddisfazione, dobbiamo alimentarla con ulteriori puntateQuesto va di pari passo ovviamente con l’affermazione del modello multistrand, che come dicevamo precedentemente sviluppa più linee narrative contemporaneamente.

Insomma, ora che lo streaming video è stato sdoganato e che tutto ciò che si poteva mostrare è stato mostrato, cosa ci riserva il futuro? 

In una società in cui si cerca di spingere tutto all’eccesso, forse la vera rivoluzione sta nel fare un passo indietro e “tornare alle origini”, riscoprendo e valorizzando le storie locali, spesso sottovalutate. È il caso ad esempio della sconvolgente storia di Enrico Vandelli, avvocato del celebre boss della Mala del Brenta Felice Maniero, raccontata nella docuserie “Fuorilegge: Veneto a mano armata”, uscita lo scorso gennaio su Sky Documentaries e in streaming su NOW.  I tre episodi ripercorrono le tappe che hanno visto Enrico Vandelli passare dall’essere uno stimato avvocato a essere condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso, facendo chiarezza su una delle storie ancora poco conosciute del nostro territorio.

Vi piacerebbe vedere la fiction?