La storia in podcast (o podcast che hanno fatto la storia)

Facebook
Pinterest
LinkedIn

Questa settimana la chiacchierata con Francesco Wolf ci ha fatto riflettere su quanto al giorno d’oggi lo strumento della voce possa essere potente e versatile. Con MILK, la società fondata insieme ad altri due soci, Francesco ha messo a frutto l’esperienza maturata negli anni come attore per sperimentare nel campo della produzione e post-produzione audio, dando vita a progetti di doppiaggio di videogiochi e alla creazione di podcast. 

Ma qual è la storia di quello che al giorno d’oggi risulta essere uno degli strumenti di comunicazione più potenti dell’industria creativa?

La nascita della parola “podcast”, formata dall’unione di Pod (ovvero “contenitore”), derivante da iPod, il lettore audio di Apple diffusissimo all’epoca, e Broadcast (ossia “diffusione”) viene ricondotta ai primi anni Duemila, quando in un articolo del Guardian intitolato “Audible revolution” il giornalista Ben Hammersley si interrogava sull’improvvisa notorietà acquisita da un certo tipo di contenuto audio, il podcast per l’appunto. Essenzialmente, una tipologia di file audio distribuita attraverso internet e fruibile tramite computer o dispositivi facilmente trasportabili come il lettore mp3

I fattori che hanno permesso al podcast di acquisire questa visibilità vengono individuati da Ben Hammersley da una parte nella diffusione dei lettori MP3 (come appunto l’iPod prodotto da Apple) e nella disponibilità di strumenti digitali di produzione audio a basso costo, e dall’altra nella crescente familiarità con il weblogging, ossia la tendenza nel creare un proprio spazio privato online dove poter parlare di sé. Oltre a questo, un importantissimo fattore che agevola l’affermarsi del podcasting è la distribuzione, alla fine degli anni Novanta, di una rete internet capace di supportare il trasferimento di quantità significative di dati

Nonostante una data precisa sulla nascita dei podcast non esista, già negli anni Novanta il conduttore radiofonico statunitense Ira Glass proponeva un programma radiofonico ibrido, a metà tra radio e podcast, intitolato This American Life, nel quale ogni venerdì sera alle sette in punto introduceva in diretta interviste che venivano invece mandate in onda già registrate, montate e salvate su audiocassette. 

Pioniere del podcast è ritenuto Adam Curry, VJ di MTV e poi soprannominato “the podfather”, a cui si deve il merito di aver realizzato nel 2003 la variante per l’ascolto audio dei Feed RSS, inventati nell’anno precedente dall’americano Dave Winer. 

Generalmente si considera che il primo vero e proprio prodotto podcast sia stato realizzato nello stesso anno da Christopher Lydon, ex giornalista del New York Times e della National Public Radio. Definito dal The Guardian “l’uomo che inventò il podcast”, Lydon registrava interviste a weblogger e politici, rendendole poi disponibili per la fruizione sul web in maniera del tutto diversa dai programmi radiofonici contemporanei. In questa fase, a cimentarsi nella creazione di questo tipo di contenuti sono perlopiù gli “addetti ai lavori”, ossia persone già abituate a lavorare in rete nel campo della comunicazione. Bisognerà aspettare qualche anno perché questo tipo di produzione diventi alla portata di tutti. Nel 2010, infatti, la nascita della piattaforma Spreaker renderà possibile la creazione di contenuti amatoriali che potranno essere registrati e distribuiti da chiunque. 

 A contribuire all’ascolto massiccio di podcast, negli anni successivi, è senza dubbio la diffusione del cellulare, dispositivo agile che a differenza dell’Ipod permetteva di accedere ai contenuti scaricati senza necessitare della mediazione di un computer. 

Sono però due i fattori decisivi a rendere il podcast un medium di massa.

Da un lato, la creazione di piattaforme dedicate all’ascolto di podcast ad opera dei più grandi player del mercato tecnologico. Tra questi, Google che inaugura nel 2019 Google Podcast e Spotify, che crea una sezione apposita con soluzioni che permettono l’ascolto anche offline. 

Dall’altro lato, l’esplosione del genere true crime. Questa coincide con l’uscita nel 2014, all’interno del sopracitato programma This American Life, di Serial, un podcast investigativo in più episodi nel corso dei quali la voce della giornalista americana Sarah Koenig accompagna gli ascoltatori nel racconto della vicenda legata all’omicidio di Hae Min Lee, una studentessa liceale di Baltimora.    

La serialità di questo tipo di produzione, che guida alla scoperta di una storia ancora inesplorata, favorisce l’ascolto abituale da parte delle persone, trasformando di fatto il podcast in un mass media. All’epoca, Serial viene infatti definito da Apple “il primo podcast ad aver raggiunto così velocemente i cinque milioni di downloads nella storia di iTunes“.

Ed anche in Italia è proprio al genere true crime che il podcast deve il suo successo. “Veleno”, scritto da Pablo Trincia e Alessia Rafanelli e pubblicato da La Repubblica, viene infatti individuato come il primo podcast italiano ad essere realizzato in maniera professionale sia dal punto di vista tecnico che narrativo. Nel 2017 questa inchiesta a sette episodi, che approfondisce le vicende dei cosiddetti “Diavoli della bassa Modenese”, rimane a lungo in vetta alle classifiche dei podcast più ascoltati su iTunes, confermando di fatto l’interesse verso questa tipologia di narrazione seriale.  

Tipologia del tutto diversa da un altro caso di enorme successo italiano, ossia “Muschio Selvaggio di Luis Sal e Fedez (da aprile 2024 la conduzione è dei fratelli Sal). Creato nel 2020, il format è dedicato all’approfondimento di temi legati a cultura e società, che vengono affrontati da ospiti diversi ad ogni puntata, privilegiando spesso il dialogo tra punti di vista completamente opposti. Nell’anno di uscita, Muschio Selvaggio rientrava nelle prime cinque posizioni tra i podcast più ascoltati in Italia su Apple Podcast. 

Ma quali sono gli ingredienti che hanno permesso e che tuttora garantiscono il successo di questo genere di contenuti audio?

Il podcast, per sua definizione, gode di alcune caratteristiche che ne rendono la fruizione agile e accessibile a chiunque:

  • è asincrono: può essere ascoltato in qualsiasi momento, indipendentemente da una messa in onda predefinita, come funziona invece per la radio;
  • è on demand: la scelta del podcast da ascoltare è completamente affidata agli ascoltatori, liberi di scegliere tra le tematiche e i format più svariati;
  • è offline: il file è scaricabile e trasferibile in diversi dispositivi;
  • è nomadico: può essere ascoltato ovunque, anche mentre si è impegnati in altre faccende. 

Il formato audio del podcast si configura inoltre come un canale di comunicazione completamente diverso rispetto a quello visivo, costituendo un’alternativa alla fruizione dei contenuti multimediali tipici. Basandosi su un’esperienza puramente auditiva, questo tipo di contenuto consente di ridurre i disturbi dell’attenzione solitamente provocati dai prodotti visivi. Inoltre, studi psicologici hanno verificato come l’ascolto della sole voce narrante stimoli nella mente degli ascoltatori la creazione di immagini, favorendo la creatività e intensificando la ricezione dei contenuti, che producono un impatto emotivo maggiore rispetto alla visione di un’immagine o alla lettura.

E i dati sembrano confermare il successo della narrazione audio, la quale sembra seguire una traiettoria in crescita. Lo Spotify Wrapped dello scorso anno ha infatti evidenziato come siano state 574 milioni le persone a livello globale ad aver ascoltato podcast nel 2023 dalla piattaforma, la più utilizzata nelle gran parte del mondo. In cima alla classifica per numero di ascolti si classifica The Joe Rogan Experience, condotto dal comico e presentatore americano Joe Rogan.   

Anche in Italia la fruizione dei podcast sembrerebbe destinata ad aumentare. L’indagine Digital Audio, che misura l’ascolto e la modalità di fruizione dei podcast nel nostro Paese, ha infatti rilevato come nel 2023 i fruitori di podcast fossero all’incirca 12 milioni, ossia quasi il 40% degli utenti di internet di età compresa tra i sedici e i sessant’anni. Un dato in crescita di oltre il 35% rispetto all’anno precedente. Il cellulare si riconferma il mezzo privilegiato di ascolto, ascolto che si svolge prevalentemente in casa (74%) e in auto (33%). Inoltre, dall’indagine emerge ancora una volta quanto la serialità sia un elemento fondamentale nella costituzione di una narrazione, in grado di generare fidelizzazione. Tra gli ascoltatori è infatti quasi l’80% ad ascoltare serie di podcast

Sarebbe però sbagliato considerare il podcast uno strumento di puro intrattenimento. Il successo che ha conquistato negli ultimi anni lo ha infatti reso un mezzo di comunicazione trasversale e funzionale anche al raggiungimento di obiettivi diversi. Sono sempre di più le aziende che inseriscono all’interno della propria strategia di marketing il branded podcast, ossia una tipologia di contenuto creata allo scopo di raccontare i valori di un’azienda per attrarre nuovi utenti o fidelizzare i clienti già acquisiti

Rispetto ad altre leve di comunicazione, la forza della narrazione audio risiede nel creare maggiore coinvolgimento negli utenti, oltre che una codifica della memoria superiore rispetto agli altri mezzi. Uno studio condotto dalla BBC nel 2019 ha infatti evidenziato come le caratteristiche di intimità e colloquialità dei branded podcast contribuiscano a generare aumento della brand awareness, della considerazione del marchio, della preferenza e delle intenzioni di acquisto degli utenti, che saranno di conseguenza portati a compiere un’azione nei confronti del brand al termine dell’ascolto.

Sono ben l’81% gli ascoltatori che a fine ascolto ricercano informazioni sulla marca, ne parlano con altre persone o acquistano. Tutto ciò ci fa capire che anche a livello di branded content, la narrazione audio risulta essere terribilmente incisiva e memorabile,  confermando di fatto, ancora una volta, il grande potere di questo strumento.