Padova Pride

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Giugno è il mese del Pride, ossia il mese dell’orgoglio LGBTQIA+, dedicato ogni anno alla celebrazione e alla commemorazione dell’orgoglio lesbico, gay, bisessuale e transgender.

Per l’occasione lo scorso primo giugno la nostra città si è tinta di arcobaleno nella parata che, organizzata ogni anno con l’obiettivo di manifestare a favore del pieno raggiungimento dei diritti delle persone LGBTQIA+, questa volta ha visto quasi dieci mila persone sfilare per le vie del centro. 

Ma perché per celebrare la fierezza è stato scelto proprio il mese di giugno?

Nonostante infatti questo tipo di manifestazioni che rivendicano la parità dei diritti di genere e l’amore in ogni forma si contraddistinguono per il clima di festa che anima le strade a ritmo di musica, le ragioni alla base di queste celebrazioni hanno un forte peso storico, sociale e politico, che affonda le radici nei Moti di Stonewall del 1969. 

Alla fine degli anni ‘60, quando ballare insieme a una persona dello stesso sesso era illegale, lo Stonewall Inn rappresentava l’unico locale di New York sicuro per i membri della comunità gay della città che, nonostante le frequenti incursioni violente della polizia, qui potevano sentirsi liberi di essere pienamente sè stessi e sè stesse. Nella notte tra il 27 e il 28 giugno 1969, dopo l’ennesima retata della polizia, la folla decise infine di reagire per difendere i propri diritti, dando il via a cinque giorni di scontri, al termine dei quali nacque la fondazione del Gay Liberation Front. E fu proprio la fondazione a organizzare nell’anno seguente il primo Gay Pride della storia, una marcia pensata per commemorare appunto i cosiddetti Moti di Stonewall, responsabili di aver aperto la strada al movimento per i diritti civili della comunità LGBTQ+.

Nonostante in questo ambito siano stati fatti numerosi passi avanti nel mondo, la battaglia per la tutela dei diritti della comunità queer è ancora lunga. 

Anche se difficile da credere, nel 2024 esistono ancora molti Paesi in cui essere sé stessi rappresenta un rischio per la vita. Secondo i dati diffusi da Human Dignity Trust, infatti, in sessantaquattro Paesi del mondo le attività sessuali tra persone dello stesso genere, anche se private e consensuali, sono criminalizzate. In dodici di questi, è prevista addirittura la pena di morte. Inoltre, ben quattordici Paesi criminalizzano l’identità di genere e/o l’espressione di genere delle persone transgender.

Questi dati raccontano certamente situazioni estreme, ma a che punto si è in Italia con il riconoscimento dei diritti dei cittadini LGBTQIA+?

I diritti della comunità queer in Italia risultano meno tutelati rispetto agli altri Paesi dell’Europa occidentale, con ostacoli che riguardano principalmente le adozioni e il riconoscimento del matrimonio egualitario, a causa della mancanza di norme dedicate nel sistema legislativo italiano.

Nonostante infatti oltre il 70% degli italiani sia a favore delle unioni civili, il 60% al matrimonio egualitario e oltre il 50% all’adozione congiunta da parte di coppie dello stesso genere (dati Eurispes 2023), nel nostro Paese esistono ancora numerosi vuoti legislativi in materia.

Secondo la Rainbow Map 2024, pubblicata da ILGA-Europe, che classifica i Paesi europei sulla base degli sviluppi legislativi nell’ambito dei diritti queer, l’Italia si troverebbe al 36esimo posto, principalmente a causa della dichiarata guerra del governo alle famiglie arcobaleno.

L’Italia è stata infatti uno degli ultimi Paesi dell’Europa Occidentale ad approvare una legge per l’accesso alle unioni civili da parte di coppie dello stesso genere, garantendo gli stessi diritti del matrimonio, fatta eccezione per le adozioni. Inoltre, nonostante le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale siano vietate nell’ambito lavorativo, non esiste nessuna legge che estenda il divieto ad altri ambiti. Un tentativo di colmare questo vuoto legislativo era stato fatto con il DDL Zan, un disegno di legge presentato da Alessandro Zan, politico e attivista padovano, che prevedeva l’inasprimento delle pene contro i crimini e le discriminazioni nei confronti di persone omosessuali, discriminazioni basate sul genere (includendo quindi sia persone transgender che, ad esempio, donne cisgender) e persone disabili. Questo avrebbe previsto che i reati legati all’omofobia venissero trattati allo stesso modo di quelli legati a razzismo e odio su base religiosa, sanciti dall’articolo 604 bis del codice penale, per i quali è prevista la reclusione fino a quattro anni. Approvato alla Camera nel 2020, il disegno di legge è stato bloccato per diversi mesi a causa dell’ostruzionismo della Lega, finendo per essere infine bocciato dal Senato.

E qual è invece la situazione a Padova?

Negli scorsi mesi la nostra città è finita al centro della cronaca per la richiesta di annullamento di alcune registrazioni di bambini legati a due madri effettuate dal Comune di Padova con il supporto del Sindaco Giordani. Si trattava di trentasette bambini concepiti all’estero tramite fecondazione eterologa (una fecondazione assistita grazie alla donazione esterna di spermatozoi, consentita in Italia solo a coppie etero sposate o conviventi), riconosciuti in Italia come figli di entrambe le donne della coppia. 

Il tribunale di Padova ha respinto le richieste di annullamento portate avanti dalla Procura, riconoscendo negli atti di nascita la validità delle iscrizioni del nominativo delle madri non biologiche e garantendo così il diritto a questi bambini di poter avere due mamme.

E in tema di inclusione, le scorse elezioni europee hanno visto Padova registrare un altro importante risultato.

I registri elettorali sono infatti sempre stati divisi in base al genere. Questo criterio, che viene seguito anche per la gestione dei flussi degli elettori, è in uso da decenni ormai ma è da tempo contestato in quanto discriminante nei confronti delle persone transgender e non binarie. Alle scorse elezioni Europee però alcuni comuni, tra cui quelli di Padova e Milano hanno inaugurato la fila unica, eliminando le distinzioni per genere e compiendo così un grande passo avanti in ambito di inclusività.

Oltre alla consueta manifestazione che vede le strade di Padova tingersi di arcobaleno nei primi giorni di giugno, ogni anno in questo mese nella nostra città si inaugura anche il Padova Pride Village, la più grande manifestazione estiva del Nord-Italia e il più grande festival LGBTQ+ italiano.

Fondato nel 2008 da Alessandro Zan, promotore di manifestazioni in favore dei diritti civili fin dai tempi dell’università, oggi il Pride Village Virgo è alla sua sedicesima edizione, con concerti, spettacoli, talk show e dibattiti all’insegna della libertà e del rispetto dei diritti di tutte le persone. Capace di coinvolgere un pubblico che va dai più giovani agli anziani alle famiglie, l’evento rappresenta un punto di riferimento per la nostra città, che si riconferma ancora una volta una città sensibile e attenta a queste tematiche.