Shock alimentare

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Padova ospita moltissime culture diverse, che trovano espressione nei ristoranti etnici che popolano le vie della città. Questa settimana, dopo aver parlato con Mexicani Taqueria, realtà nata con l’intento di portare in Italia l’autentica cucina messicana, abbiamo voluto riflettere sul valore del cibo come elemento culturale e identitario di un popolo e su come questo si modifichi nell’incontro tra due culture.

Il cibo può essere considerato espressione della cultura di un popolo al pari della lingua, della religione, dei costumi e delle espressioni artistiche. Ad ogni Paese vengono infatti attribuite determinate specialità e diverse abitudini a tavola, condizionate da ragioni di tipo storico, economico, ambientale e territoriale.
La storia dell’uomo è stata da sempre fortemente legata al cibo, la cui assenza o disponibilità ha spesso regolato diverse vicende umane come ad esempio crescita demografica, prosperità economica o migrazioni. Questo risulta particolarmente evidente se si considera come le prime società complesse siano cresciute in ambienti dove specie vegetali commestibili e animali addomesticabili erano più facilmente reperibili, zone quindi favorevoli alla nascita e sviluppo di agricoltura e allevamento. Emblematico è il caso della mezzaluna fertile, culla delle civiltà mesopotamiche.
Da esigenza fisiologica, il cibo si trasforma in un vero e proprio elemento culturale nel momento in cui viene modificato e manipolato dall’uomo, con tecniche di preparazione, cottura e conservazione che assumono caratteristiche diverse in base alle differenze territoriali.
In questo modo il cibo si configura come un contenitore di significati, diventando uno dei principali elementi di costruzione identitaria di una cultura. In ogni parte del mondo infatti è possibile notare come le persone siano legate non solo alla propria cucina, ma anche alle pratiche legate ad essa, che comprendono regole condivise sullo stare a tavola e sul rapporto con gli altri commensali.

Questo attaccamento alle proprie tradizioni culinarie, considerate da molti le migliori e difese con gelosia, spesso si traduce anche in un’evidente avversione nei confronti delle abitudini dell’altro. Pensiamo ad esempio a quanto importante sia per un italiano che la pasta venga cucinata in un determinato modo o che non venga messo l’ananas sulla pizza. I principali stereotipi relativi ai diversi Paesi riguardano spesso proprio l’alimentazione, che viene utilizzata per rappresentare in maniera negativa una cultura differente. Nascono in questo modo appellativi poco simpatici, luoghi comuni relativi alle abitudini alimentari degli altri popoli, come ad esempio “mangiacrauti” per i tedeschi o “mangiariso” per gli asiatici.

Evidentemente, la difesa della propria identità viene in alcuni casi utilizzata come argomento di chiusura nei confronti dell’esterno, esterno che nella nostra società globale è rappresentato da un lato dalle multinazionali che hanno comportato l’omologazione dei modelli alimentari, e dall’altro dalla cucina etnica importata dai flussi migratori. Nonostante infatti ogni Paese conservi la propria cultura gastronomica, questi fenomeni hanno accorciato le distanze, rendendo di fatto possibile mangiare piatti da tutto il mondo anche a Padova.

L’incontro tra due culture rimane ancora oggi un momento delicato, un contatto che va gestito con la dovuta cura. Nell’ambito delle migrazioni, l’inserimento in una cultura diversa, soprattutto quando forzato e prolungato, può essere molto difficile e in alcuni casi doloroso in quanto comporta la perdita dei propri tratti identitari. Spesso in questi casi può verificarsi il cosiddetto “shock culturale”, ossia quel senso di disorientamento causato dal cambiamento improvviso del proprio stile di vita in un nuovo Paese.
Contestualmente a questo senso di smarrimento, durante la fase migratoria nasce spesso nei migranti l’esigenza e il desiderio di rimanere ancorati alle proprie radici e abitudini, andando quindi alla ricerca di quegli elementi che possano aiutarli a sentirsi “a casa”. Il cibo in questo senso, evocando luoghi, persone e momenti familiari, rappresenta un ponte con la propria terra d’origine e di conseguenza un ritorno alla propria identità.
Come ci spiegava Nathali di Mexicani Taqueria, in questi momenti uno degli ostacoli maggiori per una persona che si trasferisce in un Paese diverso è dato dalla difficoltà di trovare gli ingredienti per la preparazione dei piatti della propria tradizione. Nella cucina messicana, ad esempio, esistono almeno sessantacinque varietà differenti di peperoncino, ma di queste a Padova se ne trovano solo alcune. Con l’avvento della grande distribuzione questo è più semplice rispetto al passato, anche se rimangono più facilmente reperibili i prodotti che incontrano il gusto degli europei.

Nell’incontro tra tradizioni diverse è infatti inevitabile che la cultura alimentare cambi, trasformando i gusti sia di chi migra che di chi accoglie. La contaminazione è reciproca e porta spesso a una sintesi delle due parti. Questo si osserva concretamente nell’introduzione di alimenti sconosciuti o inusuali nella cucina del Paese ospitante e nella nuova fisionomia dei quartieri in cui si stabiliscono i gruppi etnici, caratterizzati da ristoranti tradizionali e negozi che vendono prodotti esotici.
In questi casi viene spesso utilizzata la metafora della melting pot, letteralmente il crogiolo per la fusione dei metalli, per evocare l’immagine di un grande calderone dentro al quale vengono mescolati i vari elementi appartenenti ai differenti gruppi etnici. Questa mescolanza tende però spesso a uniformare le differenze, eliminando le individualità caratteristiche delle singole realtà. Sarebbe invece auspicabile un approccio diverso tra due culture, rappresentato dal modello della salad bowl, l’insalatiera etnica, che raccoglie tutto ciò che c’è di positivo nelle diverse specificità, valorizzandone le unicità.

In alcuni casi, lo scambio tra culture può portare alla ricerca di un sapore che possa piacere a tutti, andando incontro ad un’omologazione del gusto che, uniformando le singole realtà alimentari, rischia di portare a un appiattimento culturale.

I tentativi più eclatanti, e potremmo dire riusciti, di omologazione culturale e alimentare sono rappresentati dalla nascita del fast food, ossia del cibo ad alto impatto calorico prodotto in serie e pensato per essere consumato con un boccone al volo. Diffusosi grazie al suo basso costo, questo modello alimentare permette di mangiare carne anche ai cittadini meno abbienti, rappresentando di fatto in ambito alimentare quello che accade nel mondo della moda con la fast fashion, di cui abbiamo parlato di recente.

La conseguenza di questo? A essere maggiormente colpite dall’obesità sono le fasce più povere della popolazione, che da un lato spesso non hanno gli strumenti culturali per poter riconoscere l’importanza di una dieta sana, e dall’altro non hanno le risorse economiche per potersi permettere l’acquisto di alimenti freschi e decisamente più costosi. Questa dinamica si riflette nel fenomeno dei food deserts, ossia interi quartieri, concentrati soprattutto nelle zone più povere delle grandi città nordamericane e britanniche, nei quali è quasi impossibile trovare negozi che vendano cibo fresco e sano, come frutta e verdura.

Tuttavia, a causa anche dei modelli introdotti dalle catene di produzione di fast food, l’attuale modo in cui viene prodotto e consumato il cibo non è più sostenibile. Stando infatti all’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, il settore agroalimentare è infatti responsabile di circa il 30% delle emissioni di gas serra globali prodotte dall’uomo.

Risulta dunque necessario e urgente un cambio di rotta, che incentivi il cambiamento delle abitudini di consumo verso modelli più sostenibili. Gli alimenti alternativi di cui recentemente si è sentito spesso parlare, che dagli europei sono considerati “cibo del futuro”, in realtà in molte parti del mondo rappresentano la quotidianità.
Ci riferiamo in particolare a prodotti come:

alghe: largamente consumate nei paesi asiatici, sono alimenti ricchi di sali minerali e vitamine, con un impatto ambientale minimo. Coltivabili in qualsiasi periodo dell’anno e praticamente ovunque, le alghe sono infatti in grado di assorbire anidride carbonica e produrre ossigeno;

insetti: già diffusissimi tra le popolazioni asiatiche, africane e americane, dal punto di vista nutrizionale gli insetti rappresentano una valida alternativa alla carne e al pesce, trattandosi di alimenti dall’alto apporto calorico. Nonostante lo scetticismo, ad oggi sono circa duemila le specie di insetti consumate nel mondo (es. cavallette, grilli, scarabei, formiche ecc..);

carne coltivata: conosciuta erroneamente come “sintetica”, la carne coltivata viene prodotta in laboratorio tramite la proliferazione di cellule staminali prelevate da animali vivi, dando dunque origine ad un risultato identico a quello della carne vera e propria. Nonostante l’Italia sia ancora contraria, la produzione di questo alimento che potrebbe notevolmente ridurre gli impatti provocati dall’allevamento tradizionale è stata autorizzata negli Stati Uniti, a Singapore e in Israele.

Tutti ingredienti insomma che, oltre ad essere positivi per l’ambiente, rappresentano anche un’alternativa sana e nutriente ai prodotti ai quali siamo abituati.

Che l’introduzione di questi “cibi del futuro” possa rappresentare uno “shock culturale” per gli europei è possibile, ma come dicevamo precedentemente il gusto è un fatto culturale, destinato quindi a modificarsi ed evolversi nel tempo.