Aperture cocktail bar
(Francesca Pilotto, Mary dal Corno)

Come una fotografia, il gusto rievoca esperienze lontane, risveglia le storie che hanno reso il mondo un luogo denso di vita. Francesca e Mary – le proprietarie di Aperture Cocktail Bar – hanno colto il bisogno di vicinanza, facendo di una bevanda il mezzo di connessione tra noi e il tutto.

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Francesca: “Io sono Francesca Pilotto e ho aperto insieme a Mary dal Corno “Aperture cocktail bar”. Il nostro locale è nato nel 2018, dopo due anni di progettazione: quello che abbiamo fatto io e Mary è stato ascoltare la nostra voce interiore. Tutte e due arrivavamo da altri lavori e avevamo anche una vita molto impostata, ma ad un certo punto abbiamo deciso di realizzare una nostra attività, che già da tempo avevamo pronta nella fantasia”

“Io lavoro nella ristorazione da quando ho 18 anni: ci sono entrata un po’ per gioco, per mantenermi mentre studiavo psicologia a Padova. Ho lavorato in qualsiasi luogo nella ristorazione: dalla caffetteria alla cucina, ho fatto persino la lavapiatti. Sono sempre stata molto affascinata dal lavoro della barlady o del barman: mi attiravano il colore delle bottiglie, come con disinvoltura il barman prendeva le bottiglie e componeva qualcosa”

“A un certo punto, però, ho accantonato completamente il lavoro nella ristorazione, perché facevo il mio, la psicologa. Avevo a che fare con le storie delle persone: io mi sono occupata soprattutto di persone che avevano una demenza da Alzheimer, quindi la loro storia veniva in qualche modo allentata se non dimenticata. A un certo punto ho deciso di ascoltare veramente la mia voce interiore e, grazie all’aiuto di Mary, ho sentito il coraggio di lasciare la mia professione e dedicarmi invece al mondo della mixology”

“L’obiettivo non era quello di aprire un bar o di comprarlo: era quello di creare un luogo di socialità, dare valore a tutti i prodotti presenti all’interno del locale e creare uno spazio partendo da zero. Io abito all’Arcella da circa vent’anni; Mary è nata all’Arcella, anche se lei è sempre stata una grande viaggiatrice, appassionata dalla scoperta di culture diverse dalla nostra, infatti nel nostro locale potete trovare foto provenienti dai nostri viaggi in giro per il mondo”

“Quindi ci siamo chieste: perché non realizzare il nostro progetto all’Arcella?”

“Nel 2018 c’erano tantissimi spazi completamente vuoti, che le persone non prendevano in affitto: c’erano attività trentennali ma anche attività completamente abbandonate a loro stesse, locali abbandonati. Così in una delle nostre passeggiate abbiamo individuato questo posto: da subito abbiamo sentito una bella energia, in primo luogo perché è nel cuore del quartiere (è praticamente sulla via principale) e poi perché abbiamo visto che poteva avere delle potenzialità a livello di spazio interno e esterno. Abbiamo visto il locale a luglio e nel giro di due mesi abbiamo messo in atto una vera e propria opera di trasformazione: abbiamo iniziato a fare i lavori dovuti e in poco tempo questo spazio è cambiato radicalmente, a tal punto che anche le persone che ci hanno aiutato a realizzarlo non credevano ai loro occhi”

“In particolar modo quando lo si vede alla sera è molto suggestivo, perché ci sono questi due quadrati di verde che spiccano dalla strada, le luci… Alcuni ci dicono che visto da fuori sembra quasi un quadro di Hopper, un quadro di Hopper con la gente, perché di solito nei suoi dipinti ci sono solo il barista e due persone”

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Mary: “Il focus non è quello del cocktail bar per quelli che ne sono già appassionati. L’intento era proprio quello di avvicinare più persone possibili ad un’esperienza degustativa differente rispetto a quella che è la maggior parte della proposta che si trova vivendo in Veneto, dove la tradizione è radicata e diversa”

“Volevamo accompagnare le persone ad aprirsi ad un’esperienza degustativa e anche da qui il nome “Aperture”. Ci sono veramente tanti mondi dei quali non siamo esperti, vorremmo che la gente venisse qui per conoscere e provare qualcosa di nuovo”

“Oltre ai cocktail c’è sempre stata un’idea, anche sulla base dell’esperienza di studente e lavoratrice nel settore psicologia di Francesca. Io ho lavorato in diversi ambiti, nel tempo libero mi dedicavo alle mie passioni, che erano il teatro amatoriale, ho gestito un circolo, ma l’ho sempre fatto come un’attività di volontariato”

“Sono arrivata anch’io, dopo una serie di esperienze, a chiedermi perché non mettevo insieme le passioni e le competenze che avevo acquisito, in maniera trasversale, nei diversi lavori che ho fatto? Mi serviranno per mettere a frutto, oltre l’attività di business, anche altro: voglio creare valore dove siamo e dare la possibilità di organizzare eventi che abbiano anche un senso”

“Eventi come un concerto, dove cerchiamo di dare la possibilità di esibirsi a musicisti professionisti, o la presentazione di un libro, da parte di una persona che ha una storia da raccontare e vuole condividerla, il tutto legato al viaggio magari”

Francesca: “Il cocktail è un insieme di prodotti, ma per farlo basta averne due. Cocktail, infatti, significa semplicemente “miscelare”. Un bicchiere di vino non è un cocktail, perché c’è soltanto un prodotto; un bicchiere di vino più un bitter o un liquore diventa un cocktail”

“Come si fa? Per quanto riguarda il discorso della miscelazione, possiamo dire che i cocktail sono come la musica: ha sette note musicali e in base alla creatività della persona combini queste note e puoi creare melodie diverse e sempre nuove. Lo stesso discorso vale per i cocktail: ci sono delle basi della miscelazione che bisogna conoscere, che poi il barman può combinare in maniera diversa per creare suoni o melodie diverse. Sostanzialmente il cocktail è questo, si fa studiando le basi, quindi ci vuole un grande studio, nel senso che uno non può diventare un musicista se non studia e non conosce. Poi però c’è la parte creativa legata alla propria passione e al provare e riprovare diverse volte finché non ottieni esattamente quella melodia che desideri, che ti piace, che vuoi far ascoltare agli altri”

“Il nostro obiettivo principale era appunto di concentrarsi sui cocktail: non intesi come scusa per ubriacarsi a forza di gin tonic e vodka tonic, ma cocktail intesi come un insieme di prodotti che arrivano da diverse parti del mondo. Nel momento in cui io avvicino la bocca al bicchiere devo fare un’esperienza: in pratica, nel bicchiere ritrovo lo spirito di terre lontane. Per questo la nostra drink list è curata nei minimi dettagli e ci impegniamo per raccontare la storia del cocktail”

“Il “Frida Khalo”, per esempio, come nasce? Nasce partendo da un distillato, il mezcal, un prodotto che arriva da una terra specifica. Se uno ne apre una bottiglia sente i profumi del Messico, dell’agave, dell’affumicato, in alcuni casi, e questi possono essere più o meno intensi, perché l’agave viene cotta. Nel nostro caso il mezcal è il distillato che fa da base e tu cerchi di costruire un abito intorno a quel distillato per valorizzarlo”

“In questo caso il “Frida Khalo” è nato proprio da un nostro viaggio in Messico. Siamo andate in Messico nel 2019 e abbiamo fatto tre settimane di viaggio on the road e non abbiamo conosciuto il Messico dei grand hotel, ma il Messico della strada. In quell’occasione siamo andate a visitare la casa di Frida Khalo nel suo paese d’origine e da questo viaggio abbiamo portato a casa quello che usano i messicani. Lì usano tantissimo il peperoncino, per esempio, avranno 400 tipi di peperoncino diversi che vengono miscelati e utilizzati sia nella cucina che nei cocktail”

“Altre volte, invece hanno origini diverse. Ad esempio a me piace tanto la salvia: ci sono certi cocktail che vengono ideati per esaltare il sapore di una pianta aromatica… Sostanzialmente quindi si parte da un prodotto e da lì si costruisce un abito armonioso intorno ad esso”

Mary:Questi si chiamano “cocktail firmati”, che la gran parte dei locali propone: qualcosa che è di propria invenzione e che puoi bere solo lì. Piuttosto di chiamarli Marte, Venere o Giove, abbiamo pensato, essendo noi donne, di dedicarli a delle figure femminili. Siamo partite dai primi tredici cocktail firmati “Aperture”, ideati da Francesca, che è un po’ la parte creativa. Abbiamo voluto dedicarli a tredici fotografe, mettendo insieme, come abbiamo detto, le nostre competenze e le nostre passioni, andandole ad esprimere attraverso anche la nostra attività lavorativa”

“Ci siamo ispirate alla fotografia, e abbiamo voluto legare il contenuto del cocktail con la fotografa stessa, quindi la sua provenienza territoriale o una sua suggestione artistica”

“Così siamo andate avanti, perché poi la creatività non sta mai ferma: Francesca si annoia molto a fare sempre le stesse cose, proprio perché questo è un mondo vasto in cui è bello e importante sperimentare. Nelle successive drink list ci siamo poi sempre ispirate più a personaggi femminili, perché ci piace promuoverle in un mondo che sappiamo essere molto maschile”

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Francesca: “Noi vogliamo far si che le persone che vengono ad “Aperture” provino delle esperienze vere. Io potrei anche fare dei cocktail senza aver visitato una terra, ma non porterei niente. È diverso preparare qualcosa dopo che hai fatto un viaggio, dopo che hai visitato un territorio. Noi di solito quando facciamo un viaggio facciamo anche una mostra fotografica legata al viaggio”

Mary: “Per il nome, invece, c’è stato un dibattito, anche se poi ha prevalso l’idea di Francesca”

Francesca: “Il termine “Aperture” nasce dalla fotografia, dall’ apertura del diaframma. Quando apri o chiudi il diaframma, fai entrare più luce o meno luce e cambi completamente la creatività di una foto; deriva da lì. In realtà “Aperture” significa anche “aprirsi alla vita, aprirsi a cose che magari non conosciamo”, sperimentare qualcosa di nuovo. Poi “Aperture” – aperitivo, ci piaceva molto il fatto che potesse essere inteso anche in maniera soggettiva. Molti ci chiedono “come si pronuncia?”, c’è stato un dibattito sul nome. Questo sostanzialmente: “Aperture”, essere aperti a qualcosa di nuovo”

“Anche in questo la pluralità di significati che uno vuole attribuire, venire qui e dopo aver passato la serata portarsi a casa qualcosa, o anche no”

Mary: “Quando abbiamo trovato il posto che potesse avere le caratteristiche giuste per ospitarci abbiamo cercato di impegnarci anche per un riuso, dar nuova vita a delle cose che sarebbero state buttate o che tendenzialmente non si pensa di mettere all’interno di un bar”

“Per quanto riguarda l’arredamento, abbiamo girato per mercatini dell’usato e negozi, ascoltando quello che ci ispirava. Come dice lei, questa zona che vuole essere anche un po’ il prolungamento del salotto di casa. Ci piaceva l’idea di uno stile un po’ industrial, ma anche bohemien, con pezzi unici. C’è una lampada, ad esempio, che è appartenuta a mia nonna e alla mia bisnonna fatta a mano da lei stessa”

“Ci piace un’economia circolare, un’attenzione green. Per quanto riguarda sia i prodotti che acquistiamo che le nostre abitudini, cerchiamo di essere il più attente possibile. Anche prima che ci fossero tutta una serie di regolamenti in vigore, le cannucce erano biodegradabili, ad esempio. Evitiamo gli sprechi il più possibile, anche di acqua, come di generi alimentari, e facciamo bene la raccolta differenziata. Diventi anche un po’ green perché essendo all’interno di questo quartiere tante persone vengono qui a piedi o in bicicletta, perché l’alcool non va d’accordo con la guida”

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