Imjit35020
(Manuel Canova)

Il curioso nome di questa realtà ne racconta tutta l’essenza. Imjit35020, “Unica Maestranza”, si definisce infatti impresa artigiana prima che brand e la produzione dei suoi jeans unici è tutta localizzata a Due Carrare, in provincia di Padova. Qui Manuel lavora ogni giorno con il suo team di artigiani per preservare la maestranza locale e il Made in Italy, producendo capi destinati a durare per sempre.

imjit

“Sono Manuel Canova e Imjit35020 è il mio brand di jeans. Il nome è l’acronimo del nostro nome originario, “Impresa Jeans Italia”, a cui ho poi aggiunto anche il CAP del Comune in cui lavoriamo. Nonostante tutti mi dicessero che il codice era complicato e andava tolto, questo all’estero ha creato molta curiosità e fascino nei nuovi clienti, che non pensavano che tutta la nostra produzione avvenisse all’interno di questo laboratorio. A differenza di molti altri brand noi non subappaltiamo nulla”

“Dopo aver lavorato per otto anni come dipendente in altre aziende ho deciso di recuperare il laboratorio di confezioni che apparteneva ai miei genitori per potergli dare la direzione che interessava a me e che in giro non avevo ancora trovato, cioè il denim di fascia purista. Sono partito da solo e ho deciso di buttarmi: ho fatto un mutuo per comprare le macchine e ho acquistato il laboratorio. In questa struttura sono arrivato successivamente. L’ho ristrutturata e arredata con mobili di recupero ed ora la sto acquistando”

“Uno dei motivi per cui ho scelto questo lavoro è che il settore del fashion non mi piace, c’è poca competenza e molto opportunismo. È competitivo, veloce, cattivo e quando non servi più vieni sputato fuori. Inoltre adesso i designer lavorano più di visual, non sono tecnici. Io ho deciso di tirarmi fuori dal mondo del mass market per lavorare solo con le maestranze, a partire dalla materia prima. Tengo però finestre aperte anche per terzi, per progetti validi, soprattutto sul cosiddetto upcycling di cui ci occupiamo ormai da anni”

Il nostro payoff “Unica Maestranza” racconta l’anima del nostro prodotto. Questa realtà è infatti nata per recuperare una maestranza, rivalorizzarla e rilevarla come fosse una firma. Noi non vendiamo un brand, ma un modo di lavorare che poggia sulle capacità, sulle macchine e sul materiale. L’elemento fondante che ci caratterizza come azienda è proprio questo nostro bagaglio di valori: parliamo di prodotto e di come questo viene disegnato, elaborato e infine sviluppato in maniera artigianale”

“Rimaniamo molto legati al nostro territorio. Cerchiamo di mantenere il solco artigianale di Padova, sviluppando le tecniche e la qualità italiana. Ciò che colpisce i miei clienti esteri è il mio focus, che mi ha spinto a salvaguardare il laboratorio per rivalorizzare il made in Veneto, in questo caso made in Padova, al 100%”

Noi partiamo sempre dall’indaco, quindi un colore che resta fisso, non reattivo e non di sintesi dal cotone, che può dare principalmente una sensazione particolare al tatto e tessuti cimosati, che costano un po’ di più ma che sono molto apprezzati dagli amanti del denim. Una tecnica purista che abbiamo portato avanti all’interno del nostro laboratorio è quella degli aghi stretti. Qui è tutto stirato a mano, è un incastro manuale e serve molta capacità da parte di chi cuce. I veri maestri sono Marta, Loretta, Valeria e Antonio, che seguono interamente il percorso di produzione del capo. Tutto questo non è industrializzabile, si possono aumentare le vendite ma non diventerà mai un mass market”

“Nel nostro sito si vedono prezzi alti perché noi non lavoriamo a stock. Non produciamo collezioni, infatti molti capi sono strutturati per essere fatti da una macchina e una persona sola. Creiamo pezzi unici e spesso su misura. La limitazione della produzione è un fattore che conta sul pricing e che per me ha un costo elevato, ma questo rientra nella mia etica di sostenibilità”

Dello styling mi occupo io con l’aiuto delle maestranze, non abbiamo stilisti esterni. Tutto il nostro lavoro è basato sulla tecnica, cerchiamo di seguire uno stile che non sia di moda solo nell’anno di produzione ma che duri nel tempo. Quando sviluppo il design dei capi cerco infatti di non associarmi a dei temi, perché una volta che ti leghi ad un particolare visual poi è difficile uscirne. Guardo al materiale, lo interpreto e cerco di capire qual è il fit migliore a cui associarlo. I nostri capi sono stati quasi sempre genderless, adattabili cioè sia a maschi che a femmine”

“I nostri materiali e le nostre tecniche vanno presentati a chi ha voglia di scoprirli perché nel tempo questi materiali cambiano ed evolvono, infatti abbiamo anche una sezione dedicata alla rivendita dell’usato indossato dai nostri clienti. Non utilizziamo il termine “second hand” per tirarci fuori dalle logiche di vintage presenti nel mercato, che non sempre sono sostenibili a tutti gli effetti, spesso rappresentano semplicemente nuovi modi di consumare. Ad esempio i capi sintetici anche se sono di second hand sono inquinanti perché continuano a rilasciare microplastiche quando vengono lavati”

“Per eliminare il problema delle microplastiche noi non produciamo capi elasticizzati. Li facciamo in modo che siano rigenerabili e riparabili e che siano custoditi e restaurati secondo la nostra etica. La sostenibilità è anche nella purezza della lavorazione dei materiali. Il materiale entra da noi ed esce già finito, non facciamo trattamenti per creare un effetto finto vintage o con sostanze al limite

“Non abbiamo negozi. Ho preferito investire sullo spazio in cui lavoriamo perché è un biglietto da visita e noi dobbiamo cercare di vendere solo a chi è realmente interessato, altrimenti si rischia di investire per nulla. Non facciamo una comunicazione basata sulla percezione del brand, ma sulla qualità. Il nostro maggior canale di promozione è il passaparola. Ovviamente anche i social ci hanno dato una grossa spinta perché molti utenti interessati ci promuovono involontariamente e anzi spesso diventiamo amici. Infatti, il video che si vede nel nostro sito web è stato creato da un cliente che si è innamorato del nostro lavoro e che ha deciso di donarcelo, gliene sono ancora molto grato”

“Un jeans è sempre un jeans. Bisogna quindi fare un passo in più, i nostri clienti devono aver percepito qualcosa di genuino e non artefatto. Per policy noi non mandiamo i nostri prodotti a influencer. Riceviamo molte richieste di questo tipo ma non sarebbe eticamente sostenibile, preferiamo avanzare in maniera più lenta. Preferisco vendere ad una persona non nota ma realmente interessata e affascinata dal nostro lavoro. Le uniche collaborazioni che abbiamo avuto con riviste o giornali famosi sono state spontanee, non abbiamo un ufficio stampa”

Nei prossimi anni l’obiettivo sarebbe allargare, con gli step giusti, i punti vendita e curare di più la parte direzionale online, cercando di raccontare di più la nostra cultura e solo in un secondo momento il brand. Inoltre mi piacerebbe riuscire ad aprire un negozio o due negli Stati Uniti. Al momento abbiamo una sartoria a Città del Messico, dove creiamo pezzi su misura del nostro marchio per un target molto giovane. L’apertura di un monomarca mi piacerebbe molto. In Italia però è difficile, mi concentrerei piuttosto su Londra o New York, dove vorrei creare qualcosa che mi rappresentasse, come questo palazzo”

Far evolvere l’azienda non è sempre semplice, anche a livello morale. Bisogna fare tante rinunce e tenere un po’ duro, noi praticamente ci autofinanziamo. Sono arrivate delle proposte da parte di finanziatori ma le stiamo ancora valutando perché la cosa più importante è mantenere la nostra coerenza e credibilità, anche agli occhi dei nostri clienti. Un fondo solitamente vuole una performance in poco tempo e non sempre le dinamiche sono trasparenti. Ci penseremo quindi in futuro, se troveremo qualcuno che è realmente fedele al nostro approccio

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