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Ivan “Grozny” Compasso

Esistono diversi modi per raccontare una storia, per Ivan Grozny Compasso però l’approccio è solo uno: viverla dal basso, immergendosi completamente nei luoghi e nelle esperienze delle persone che lo circondano. Fin dalle sue prime esperienze in zone di guerra, Ivan ha subito capito che quella del reportage sarebbe stata la strada giusta per lui. Questa vocazione lo ha così portato in giro per il mondo: Siria, Brasile e Ucraina sono solo alcuni dei luoghi che continua a portare nel cuore, tornandoci ogni volta che gli è possibile.

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Quando ero piccolo in casa mia si parlava moltissimo di politica e di quello che avveniva nel mondo perché mio padre era molto appassionato di questioni internazionali e mia madre non era italiana. Io sono del 1972 e in quel periodo a livello internazionale stava succedendo di tutto: le guerre in Iran e Iraq, le questioni palestinesi. Inoltre erano gli anni dei dirottamenti aerei e delle stragi e io ero curioso, volevo capire le questioni di cui parlavano gli adulti, per questo facevo tante domande”

“Ho sempre amato il viaggio, mi piace stare dove succedono le cose. La mia prima esperienza, a diciotto o diciannove anni, è stata in ex Jugoslavia, durante gli anni del conflitto, nel 1993. Io avevo letto tantissimi approfondimenti su giornali e riviste, ma quando sono stato lì mi sono reso conto che la situazione era molto diversa rispetto alle cose che avevo letto, era tutto molto più complesso. Esistono diversi modi di raccontare la guerra, quello che mi ha sempre interessato è la ricaduta che ha sulle persone e il suo impatto sociale. Sono appassionato di questioni legate ai diritti umani però sono affascinato dalla vita. Non mi piacciono le armi e la violenza, non mi piace l’esaltazione del combattimento, che poi in realtà visto da vicino è solitamente molto noioso. Preferisco raccontare la vita in guerra, vedere come si risponde alla morte”

Il nome che porto, “Grozny”, che tanti pensano sia il mio cognome, viene proprio dalla mia prima esperienza in Jugoslavia. Mi trovavo in un piccolo villaggio, un luogo conteso tra Croazia e Bosnia. Qui incontrai dei bambini, la maggior parte figli della pulizia etnica, in un orfanotrofio. Erano stati abbandonati dalle proprie madri che non potevano portarli con loro se volevano tornare dalle rispettive famiglie. Questi bambini erano indesiderati, erano figli di una violenza. La cosa che mi colpì è che portavano tutti nomi comuni, che non avessero relazioni con le famiglie, e lì si chiamavano tutti “Ivan”, come me. Questo mi colpì, è una cosa che non potrò mai dimenticare. Quando iniziai a collaborare e trasmettere in radio, siccome Ivan Compasso non mi suonava bene, pensai che Ivan “Grozny” fosse meglio. E così è rimasto”

“Questo fenomeno, di bambini abbandonati a cui vengono dati nomi comuni l’ho trovato altre volte nel corso della mia vita. Nel 2018 a Bartella, vicino a Mosul, c’erano moltissimi bambini che si chiamavano “Cristiano Ronaldo” ad esempio. Le donne che avevano partorito questi bambini, figli della pulizia etnica messa in atto dall’ISIS, avevano fatto lo stesso ragionamento che fanno tutte le donne del mondo quando subiscono questo tipo di violenze: per rientrare nelle loro famiglie devono abbandonare i propri figli, a cui vengono dati quindi dei nomi che non sono riconducibili alle famiglie. Banalmente, una cosa che dico sempre, anche quando faccio gli incontri con le scuole, è che il bene è “figo” perché è molto originale, si deve sempre reinventare, mentre invece il male si ripropone sempre uguale. Ad esempio, mostrare l’orrore per fare paura è una cosa che fanno i cartelli latinoamericani da sempre, eppure lo fanno tanti altri, come l’ISIS. In Iraq e in Siria queste cose sono all’ordine del giorno e raccontarle mi sembra inevitabile, anche se non sempre interessa”

Io sono venuto a Padova per motivi di studio e sono entrato in Radio Sherwood in maniera molto naturale ma anche casuale. Avevo e ho ancora una grandissima passione per la musica oltre che per la politica internazionale: le due cose andavano di pari passo e combaciavano perfettamente con Radio Sherwood. Sono sempre stato affascinato dalle realtà un po’ underground, molto di più rispetto a quelle mainstream, sia come offerta musicale che culturale. Vivendo in una casa dello studente, facevo sempre ascoltare dei dischi insoliti ai miei amici e raccontavo le loro storie. Tra gli amici che mi ascoltavano c’era un ragazzo che collaborava a Radio Sherwood: una volta mi ha portato con sé e da lì è cominciato tutto”

Vivo a Padova da ormai trent’anni, anche se ho passato tanto tempo fuori dall’Italia. Ad esempio, per cinque anni ho seguito il percorso che ha portato all’organizzazione dei mondiali e dei giochi olimpici brasiliani. Ho potuto testimoniare le proteste e l’impatto che i grandi eventi sportivi hanno sul sociale. Il mio approccio è quello di andare sempre in mezzo alle vicende e cercare di viverle direttamente. Il fatto di viverle “dal basso” mi fa un po’ ridere perché in realtà non sempre si tratta di una scelta, ci sono questioni anche legate al budget. Sono io che scelgo le storie, non c’è un produttore alle spalle”

“Spesso si tende a fare il giornalismo “a tesi”, cercando di andare a confermare le proprie convinzioni invece di andare a capire qual è la realtà: questi sono i buoni e quelli sono i cattivi. La vita però non è così, non è uno schema. Il mio approccio quindi è diverso, vado nei luoghi e mi immergo in quello che sta succedendo. Per me è fondamentale camminare in questi posti, attraversarli, conoscere le persone e parlarci. Farlo a Padova o in un altro paese non mi cambia tantissimo”

Ogni anno cerco di fare almeno due o tre escursioni, viaggi nei luoghi legati alle vicende che seguo. Per questo, da più di dieci anni seguo le vicende dei Curdi all’interno del conflitto siriano. Quando sono andato a Kobanê nel 2014 c’era una grande attenzione lo sapeva tutto il mondo, ero l’unico giornalista che ci è entrato. Quando si entra per una settimana in una città assediata e si riesce ad uscire, ci sono tante persone che ti permettono di farlo e altre che vorrebbero impedirlo, non è semplice e si imparano tante cose di sé e degli altri. Dopo l’assedio sono tornato a Kobanê diverse volte e le stesse riviste e giornali che nel 2014 sgomitavano per avere il mio reportage, già due anni dopo non erano più interessate. Questo nella mia vita incide fino ad un certo punto, nel senso che io continuo a tornare a Kobanê, così come in Siria, Iraq o Turchia. Sono pezzi di mondo che io voglio raccontare perché le storie non finiscono, anzi la cosa a cui tengo delle vicende è proprio continuare a seguirle. A me piace questo, mi appassiono a storie e luoghi che per me sono importanti, e quindi cerco di tornarci il più possibile, per vedere come si muovono ed evolvono. Tante di queste vicende hanno ricadute ovunque. La guerra in Siria arriva anche fino a casa mia, qualche settimana fa sono stati trovati cinque curdi e una curda chiusi dentro ad un camion proprio nelle mie zone, mentre io ero presente”

“Se le migrazioni mi portano ai luoghi del Medioriente che frequento, anche il Brasile e Padova hanno un punto di connessione. Le persone con cui sono entrato più in contatto in Brasile sono state le mamme dei ragazzini delle vittime minorenni, uccisi da abusi di polizia nelle favelas. In America Latina questo fenomeno è molto comune, in Brasile è un problema grandissimo e i “favelados” sono le persone più a rischio. Io sono entrato in contatto con queste donne, che non ho potuto aiutare di fatto, se non con qualche articolo su qualche rivista e giornale. Ho incontrato mamme a cui sono morti i figli perché magari sono stati colpiti mentre giocavano a pallone da proiettili vaganti. Quando sono tornato a Padova in quegli anni, mi è successo di incontrare una storia simile, di un abuso di polizia ai danni di un ragazzo padovano di Carmignano di Sant’Urbano, che si chiamava Mauro Guerra. Seguire la storia di Mauro e cercare di contribuire al ritrovamento della verità sui fatti riguardanti la sua morte è stato per me il modo di restituire alle mamma brasiliane quello che non avevo potuto dargli. Era un ragazzo a cui avevano imposto un tso (trattamento sanitario obbligatorio) che nessuno aveva prescritto al quale ha cercato di opporsi e che è finito con la sua morte. Dal punto di vista del processo penale è una storia che è finita male però è finita meglio dal punto di vista del processo civile. Devo dire che ho dato un contributo importante perché a pochi giorni dalla fine del processo civile ho intervistato un carabiniere che era presente sulla scena del delitto, che veniva citato in tutte le udienze ma che nessuno aveva mai chiamato a deporre. Dandogli voce è venuta fuori un’altra verità che è stata decisiva per l’esito del processo civile e perlomeno in quell’ambito la famiglia ha ottenuto la vittoria, più simbolica. Senza le vicende brasiliane io non mi sarei mai preso così a cuore la storia di Mauro”

 

“Non mi piace svelare in anticipo le mete dei miei viaggi, però prossimamente conto di tornare in Ucraina. Lì la gente continua a morire ma sembra che non interessi più a nessuno, mentre invece due anni fa era la grande priorità. Continuo inoltre a seguire la guerra in Siria, che non ho mai abbandonato, dove conto di andare prima della fine dell’anno. C’è poi un terzo fronte, a cui sto lavorando da tantissimo tempo, in cui non sono mai andato ed è il vero obiettivo che mi sono posto. Spero di riuscire ad andarci quest’anno. Voglio vedere com’è la situazione lì perché ho letto tanto a riguardo ma mi sembra tutto monocorde

“Quello che mi appartiene di più è approfondire, scoprire e andare a fondo delle questioni. Io sono legato ai reportage nel mondo e anche i miei ricordi più belli sono legati a quelli. Credo che il viaggio in ex Jugoslavia quando avevo diciotto anni sia stato quello che mi ha fatto capire che questa era la strada giusta da seguire. C’era una parte di coinvolgimento emotivo fortissimo però anche dal punto di vista della ragione è stata un’esperienza che mi ha insegnato tantissimo. Poi è chiaro che Kobanê è una storia a sé. Ogni tanto mi capita di pensare alle cose che ho fatto e dire “però cavolo, ce l’ho fatta”. Dalle cose più banali al passare un confine illegalmente, sono esperienze che io sono contento di aver fatto perché aiutano a immedesimarsi completamente in chi è obbligato a farlo. E poi mi porto dentro le persone che ho conosciuto, le esperienze che mi raccontano, questo non ha pari. Mi sono successe tante cose, alcune belle e altre meno. Tra le esperienze che mi hanno segnato certamente c’è quando a giugno 2014 sono stato sequestrato dalla polizia militare in Brasile, a Rio de Janeiro, e trattenuto per diverse ore. I mesi successivi sono stati difficili, io non ne ho parlato per molto tempo, fino a che non ho scritto il libro su quel periodo passato in Brasile, “Quando c’era Lula”. Solo dopo averlo scritto sono riuscito a parlarne”

Credo che sia la curiosità il motivo che mi spinge più di tutto a fare questo lavoro. Non mi piace ragionare per preconcetti, spesso non si sa come vive davvero la gente, però a me piace scoprirlo e raccontarlo”

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