Leonardo Bianchi

La terra piatta, le invasioni aliene e i microchip nei vaccini: di teorie del complotto ce ne sono di tutti i tipi. Queste storie, decisamente intriganti da un punto di vista narrativo, si diffondono rapidamente e possono essere potenzialmente anche molto pericolose. Per fortuna Leonardo Bianchi, giornalista padovano, ne è un esperto e ci ha insegnato come smascherarle.

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“Sono Leonardo Bianchi, ho trentasette anni e faccio il giornalista per Facta, ma collaboro con varie testate. Faccio video su TikTok, Instagram e a breve anche YouTube. Ho seguito un percorso un po’ particolare, non ho frequentato scuole di giornalismo e non ho studiato media o editoria. Ho studiato giurisprudenza ma fin dal liceo mi era sempre piaciuta la scrittura. Dall’inizio dell’università ho iniziato a scrivere il mio primo blog, “La Privata Repubblica”, dove mi occupavo di quello di cui mi occupo anche adesso, cioè attualità politica, principalmente con un taglio satirico, cultura, cultura pop, politica internazionale. Questa passione si è mantenuta nel corso dell’università e nel frattempo ho iniziato a mandare i miei articoli a testate giornalistiche”

La svolta nella carriera, che mi ha permesso di fare solo il giornalista, è stata quella di iniziare a collaborare con Vice Italia, nel 2013. Era una fase in cui la macchina Vice stava cambiando, passando da contenuti più controculturali a politica e news. Serviva una persona che avesse un certo approccio verso le notizie, non convenzionale e dissacrante, che guardasse la realtà in modo obliquo. Quando mi hanno chiamato ho iniziato a fare solo quello a tempo pieno

Ho lasciato Padova per l’università ma sono sempre stato legato a questo territorio, sia da un punto di vista affettivo che giornalistico. La mia convinzione è che il Veneto, e ovviamente Padova, per certi fenomeni siano assolutamente un laboratorio. Io ho seguito tanti casi locali che hanno avuto un riverbero nazionale. Il caso Cecchettin è uno di questi, ma ci sono stati anche il caso Stacchio, di qualche anno fa, che ha anticipato il dibattito che si è venuto poi a creare per la legittima difesa. Anche a livello politico, in Veneto e a Padova succedono sempre cose molto interessanti. Ad esempio, la Lega è nata qui. Rimango legato a Padova e al Veneto a livello giornalistico perché ci sono storie molto interessanti, che vanno ben oltre i confini regionali

Principalmente mi formo dai social, come X, YouTube o TikTok. Più che leggere riviste, seguo delle persone che sono esperte di argomenti sul mio campo di expertise e vado a quello a cui rimandano loro. Oppure, essendo giornalista, prendo le informazioni direttamente dalle fonti primarie, o fonti aperte. Non ho un metodo, quello che si dice dieta mediatica. Seguo molto l’attualità, se c’è un conflitto o un evento su cui penso di poter dire qualcosa e conosco la materia, lo seguo. Ovviamente ci sono dei filoni che seguo. Negli anni in cui ho lavorato per Vice, ho seguito molto la questione degli abusi, abusi di potere, polizia, diritti, questioni di genere e altri macro temi dei nostri tempi, che ovviamente periodicamente esplodono. Questi temi diventano argomento di discussione generale quando c’è un caso di cronaca, l’omicidio di Giulia Cecchettin è un esempio eclatante in questo senso. Cerco di non intervenire se non conosco il tema, anche perché non si può sempre seguire il trend saltando da un argomento all’altro. Magari questa cosa è penalizzante ma io la trovo giusta”

“Io ho scritto pochissimo per i giornali di carta, tutta la mia carriera si è svolta quasi esclusivamente online, prima nei blog, poi nei social e infine con la creazione di contenuti. Secondo me ormai le persone non addette ai lavori non considerano più la carta, probabilmente la forma “quotidiano” sta iniziando ad essere superata. Il tema è che, in relazione al mondo giornalistico, si tende erroneamente a pensare che i contenuti che vanno sulla carta siano superiori a quelli che vanno su internet, ma questa distinzione oggi non ha più alcun senso di esistere

Io mi sono appassionato al mondo delle teorie del complotto dopo gli eventi dell’11 settembre, che sono stati una sorta di big bang del complottismo contemporaneo. Ormai su questo tema si sa tutto, l’attacco è stato ricostruito in tutti i suoi dettagli. Io mi ero imbattuto in diverse teorie e ne ero pure rimasto affascinato perché le teorie del complotto sono interessanti e a livello narrativo sono belle da leggere. Viene presentata una storia avvincente, che unisce tutti i puntini e pretende di far sapere tutto quello che è successo nei minimi dettagli. Ovviamente analizzandole con un occhio più critico ho poi capito che erano solo teorie, non provate, però era interessante il meccanismo: come si erano diffuse, chi le aveva fatte, quali vuoti andavano a riempire, quale orientamento politico volevano favorire o mettere in cattiva luce. A differenza di quello che si pensa, sono elementi molto complessi, non sono delle stupidaggini che dicono quattro mattoidi che vivono negli scantinati, tutt’altro. Sono dispositivi narrativi molto potenti che usa anche il potere, quindi per me è fondamentale stare dietro a queste cose”

Nella modernità le teorie del complotto ci sono sempre state, dalla Rivoluzione Francese in poi. Le teorie del complotto diventano di massa, o comunque si diffondono molto, quando le società affrontano momenti di crisi, sconvolgimenti politici, sociali, economici e sanitari. Negli ultimi vent’anni abbiamo avuto l’attentato alle torri gemelle, guerre, crisi economiche, pandemia e crisi ambientale, quindi siamo in una situazione di policrisi. Con tante crisi intrecciate tra loro, è naturale e fisiologico che ci siano molte teorie del complotto. Di fronte alla crisi chiunque cerca conforto, o cerca di trovare una spiegazione al caos. Per questo le teorie del complotto hanno grande diffusione, perché vanno a intercettare una serie di pregiudizi cognitivi che ognuno di noi ha. Chiunque di noi può diventare complottista, chiunque può credere a una teoria del complotto, ci ha creduto o ne è rimasto affascinato, è un fenomeno vastissimo a livello sociale”

C’è un nesso strettissimo tra populismo e teorie del complotto. Non a caso negli ultimi anni abbiamo assistito all’ascesa di determinati leader, da Donald Trump a Bolsonaro, passando per Milei o tanti altri, che rilanciano strategicamente tante teorie del complotto. Queste servono a livello retorico e a livello politico, da un lato per proporre soluzioni semplici a problemi complessi, dall’altro per creare capri espiatori e nemici. In questo momento un meccanismo interessante per la retorica è quello di riscrivere la storia: alcuni esempi sono le elezioni 2020, che sarebbero state secondo Trump rubate dai democratici attraverso brogli, ovviamente inesistenti. Un altro caso è stato quello dell’assedio al congresso statunitense, alimentato dalle teorie del complotto ma diventato esso stesso una teoria del complotto. Qualcuno dice infatti che non sono stati i sostenitori di Trump, aizzati da lui stesso, ad assaltare il congresso, ma antifascisti mascherati da sostenitori di Trump o agenti dell’FBI”

“Anche la guerra in Ucraina è strapiena di teorie del complotto, nate negli USA ma diffuse dalla propaganda russa. Questa è una cosa interessante, le teorie del complotto sono transnazionali, non conoscono confini, quindi una storia che nasce negli Stati Uniti può tranquillamente essere usata dalla propaganda russa, anche se i due paesi si odiano. Per giustificare le invasioni e i bombardamenti sui civili, la propaganda russa racconta di biolaboratori segreti, in Ucraina, in cui si starebbero progettando nuove epidemie di massa o armi chimiche, da usare contro l’esercito russo. Ovviamente nulla di vero, però queste cose vanno prese molto sul serio perché, se portate all’estremo, possono diventare anche strumenti di guerra

“Non esiste un modo per difendersi da queste notizie. Non si può mettere tutto sulle spalle degli utenti singoli, costringendoli a sobbarcarsi il peso di contrastare la disinformazione da soli. Le piattaforme hanno una grossissima responsabilità nella diffusione della disinformazione o delle teorie false. Semplificando, il fatto che girino determinate notizie fa parte del loro modello di business: teorie del complotto, disinformazione, notizie false girano spesso perché da un lato confermano i nostri pregiudizi e dall’altro ci indignano, ci fanno arrabbiare e quindi creano engagement. L’engagement è la moneta corrente dei social, infatti le grandi piattaforme, che hanno un capitale immenso a livello economico, mettono pochissime risorse nella moderazione dei contenuti o nella moderazione dei discorsi d’odio”

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Siamo in un momento delicato perché gli spazi pubblici di confronto sono in realtà delle piazze private gestite da multinazionali. Si tratta di aziende private, che agiscono con altre logiche rispetto al pubblico e che però devono comunque sottostare a delle leggi, leggi che, operando su uno scenario globale, cambiano da paese a paese. Tutte queste aziende sono principalmente statunitensi, quindi hanno una concezione della libertà d’espressione molto diversa da quella che abbiamo noi in Europa, per non parlare di altri paesi in cui non c’è proprio una concezione della libertà d’espressione. Cosa possiamo fare noi utenti singoli? In realtà possiamo arrivare fino ad un certo punto perché questa è una questione sistemica. Se vogliamo fare un esempio, è un po’ come la questione del contrasto alla crisi climatica. Fare la raccolta differenziata o chiudere il rubinetto mentre ci si lava i denti è giusto, però le aziende petrolifere che inquinano da settant’anni sono molto più responsabili della singola persona che lascia scorrere l’acqua. La strategia di chi nega il cambiamento climatico è rigirare la questione sull’utente finale”

A livello personale, sono molto contrario a Twitter in mano ad Elon Musk. Era uno dei miei social preferiti e lui l’ha disintegrato in appena un anno. Ha reintrodotto tutti gli account di neonazisti, estremisti, complottisti e lui stesso si comporta ormai come un attivista di estrema destra, rilanciando qualsiasi teoria di estrema destra e usando le loro argomentazioni. Si professa un assolutista della libertà d’espressione, ma solo per le cose che piacciono a lui chiaramente. Quest’anno ha minacciato di querelare giornalisti che parlavano della sua condotta antisindacale all’interno di Twitter e ha denunciato le ONG che hanno dimostrato che da quando Musk ha preso in mano Twitter i discorsi d’odio sono esplosi sulla piattaforma”

Tornando al discorso della responsabilità delle piattaforme, Musk è l’estremizzazione di questo problema perché è l’uomo più ricco del mondo e in quanto tale può permettersi di prendere una piattaforma e farci quello che vuole, usando uno spazio pubblico come se fosse il suo parco giochi. Twitter, anche prima di Musk, ha sempre avuto un grosso problema di estremismo però quanto meno c’erano dei contrappesi all’interno, con un team dedicato alla moderazione e determinate norme. Ad esempio, dopo l’assedio l’account di Trump è stato sospeso. La piattaforma di Musk è proprio il concentrato di tutto quello che non va tra social, informazione e politica. Io sono convinto che finché non ci sarà l’errore 404 su Twitter.com, o X.com, le persone non smetteranno di utilizzare questa piattaforma perché ci stanno da molti anni e hanno costruito una rete di relazione”

Per quanto riguarda il futuro dell’informazione, oggi siamo in un periodo di transizione. Sta finendo il modello industriale del giornalismo, quindi le grandi testate, i grandi network, i grandi conglomerati e si sta assistendo a una polverizzazione della professione, che sta diventando molto più frammentata. Io non sono pessimista, è un periodo che offre grandi opportunità, specialmente sul lato video. Le cose migliori che ho visto recentemente sono in formato di video lunghi su YouTube, fatte da giornalisti che magari prima lavoravano per testate e hanno deciso di fare un salto ad una carriera indipendente, che adesso è molto più possibile rispetto a tanti anni fa. Johnny Harris a livello tecnico secondo me è il migliore, ha la prospettiva di un liberal americano, però a livello di produzione di contenuti e modalità di editing è incredibile. È una via di mezzo tra un servizio giornalistico di altissimo livello e un documentario. A livello di business nessuno sa dove siamo diretti, ci sono delle testate storiche come il New York Times che hanno operato con successo la transizione digitale, pur partendo in ritardo. Sono riusciti a cavalcare i trend e a imporsi come una delle testate più affidabili al mondo. Quelli che dovevano spaccare tutto, tra cui Vice, sono finiti male perché si sono fatti finanziare da fondi d’investimento che ovviamente hanno imposto un modello di business completamente insostenibile per una testata che non ha i mezzi, la storia e la credibilità del New York Times”

“Al di là dei modelli di business che possono cambiare, ad esempio in Francia c’è una testata che fa giornalismo d’inchiesta, Mediapart, che si sostiene principalmente con gli abbonamenti. In Italia questo lo sta facendo Il Post. Un possibile sviluppo, che già si vede, potrebbe quindi prevedere il modello degli abbonamenti, che in realtà è vecchissimo. Un altro sviluppo possibile riguarda i giornalisti indipendenti con un ampio seguito, che creano delle specie di testate individuali. Di sicuro il modello del giornale di carta, come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi, probabilmente è destinato a scomparire, o comunque ad evolversi. Sicuramente cambiano le forme, ma non dovrebbe cambiare il rapporto di fiducia che si instaura tra chi produce contenuti giornalistici e chi li segue. Questa è la questione fondamentale del giornalismo, cioè la fiducia, la precisione e l’affidabilità”

La modalità di fruizione dei contenuti è cambiata. Il feed non è più una cosa che si sceglie, come era il concetto dei social una volta, ma adesso è un algoritmo che sceglie per te, in base alle preferenze che becca o meno. Si tratta di un modo completamente diverso di distribuire i contenuti, molto più facile ovviamente, basta solo fare swipe”

“Parlando di evoluzioni e di trend, secondo me una delle cose più interessanti a livello giornalistico degli ultimi due anni è TikTok. È uno spazio che non è proprio un social, ma su cui c’è tantissima gente, ed è la piattaforma che in generale è cresciuta di più negli ultimi anni. È sbagliatissimo pensare che TikTok sia la piattaforma dei balletti, perché c’è ancora chi lo pensa, o la piattaforma usata da ragazzine e ragazzini. Non è assolutamente vero, secondo me c’è tantissimo spazio per fare contenuti giornalistici seri. I problemi sono altri. TikTok ha un grossissimo problema di moderazione perché è tutto automatico e algoritmico. Occupandomi di temi che non sono leggeri, mi è capitato molte volte che i miei video venissero penalizzati perché la piattaforma non distingue i contenuti che incitano all’odio. Se parlo di estrema destra, sto dando un contesto giornalistico, non incitando all’odio. È un problema anche di etica giornalistica perché si finisce per auto imporsi delle censure, per evitare che venga limitato l’account. Però dall’altro lato è la piattaforma che permette di raggiungere più facilmente e con più agilità tantissime persone in maniera organica, senza pagare e senza avere un numero incredibile di follower, come potrebbe essere su YouTube. Si deve fare un bilancio tra queste cose però sicuramente è una piattaforma da presidiare, anche perché è chiaramente molto giovane, come giovane è il pubblico che la segue. È interessante anche vedere come lo stesso contenuto prenda strade diverse nelle piattaforme in cui lo pubblichi perché si vanno ad intercettare proprio dei pubblici differenti. YouTube è il migliore per i contenuti giornalistici”

Si tratta di strumenti in evoluzione estrema, velocissima e rapidissima, che ovviamente bisogna utilizzare, però non si può puntare solo ed esclusivamente sul podcast, come non si può puntare solo ed esclusivamente su video o articoli. Fanno parte di un ecosistema mediatico digitale molto complesso e in costante evoluzione quindi bisogna starci dietro e non è sempre facile”

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