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Marco Scarcelli

Dall’interesse per le relazioni nasce una vita dedicata alla loro conoscenza. Marco Scarcelli, professore dell’Università di Padova e, da quest’anno, direttore del corso di laurea triennale “Comunicazione”,  ci ha raccontato il suo lavoro e ci ha spiegato molti concetti, com’è giusto che sia. Studia il mondo dei nuovi media con un approccio sociologico, per capire come questi influenzino alcuni aspetti fondamentali delle nostre vite, ma soprattutto le vite dei giovani: dal modo in cui viviamo e performiamo il nostro genere, alla nostra sessualità.

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“Mi sono laureato alla triennale in Scienze sociologiche e alla magistrale in Sociologia, poi ho svolto per tre anni un dottorato in Scienze sociali, sempre qui a Padova. Durante il dottorato ho studiato sociologia, psicologia sociale ed economia. Io ho deciso di specializzarmi nello studio dei media, soprattutto quelli digitali, perché fin da subito l’interesse era quello di lavorare sulla sessualità. Ho scritto la tesi di laurea magistrale sui movimenti sociali e il loro utilizzo di internet, argomenti poco approfonditi al tempo. Col dottorato, invece, ho abbandonato un po’ quegli argomenti, anche se continuano a interessarmi personalmente e ho abbracciato di più studi sulla sessualità e sul genere. La mia tesi di dottorato è stata su adolescenti, sessualità, internet e amore. Il mio primo libro, infatti, si chiama “Intimità digitali” e verte proprio su questi argomenti. Fondamentalmente, da lì è iniziata la mia carriera accademica: l’anno dopo ho vinto una borsa di ricerca qui a Padova, poi ne ho vinta un’altra ancora. In seguito, ho lavorato per tre anni allo IUSVE a Mestre e tre anni fa ho vinto un concorso qua a Padova da ricercatore di tipo B. A differenza del ricercatore di tipo A, prevede un contratto di tre anni e successivamente l’accesso da professore associato, nel momento in cui ci si abilita a livello nazionale. A luglio di quest’anno sono diventato professore associato a tempo indeterminato. In passato i ricercatori erano assunti a tempo determinato, mentre ora è possibile ricevere un contratto a tempo indeterminato”

“Mi sono avvicinato allo studio di questi argomenti anche per l’interesse personale nei confronti delle dinamiche legate all’affettività, la sessualità e l’intimità in generale. Questa mia attenzione mi ha anche fatto tentennare nella scelta dell’argomento per la tesi magistrale. Avevo un professore che insegnava microsociologia e un altro che si occupava di comunicazioni di massa e mi interessavano entrambi gli argomenti: fortunatamente con i social e il web le due cose si sono avvicinate”

“C’era anche per me, l’intuizione di un grande cambiamento: i social stavano iniziando a prendere piede anche come forma di approccio tra i ragazzi più giovani. Ho deciso infatti di fare ricerca proprio su di loro, che mi sembravano quelli che potevano dare più informazioni a riguardo, perché vivevano quei temi maggiormente rispetto a chi era più grande”

“Infine, sono stato influenzato anche dal fatto che il professore con cui poi ho deciso di lavorare durante la scrittura della tesi, Renato Stella, si sia sempre occupato di pornografia: è stato il primo in Italia. Ho sempre lavorato con lui e anche grazie a questo ho capito di voler approfondire il tema della sessualità. Mi sono reso più autonomo col tempo, ma le prime cose che ho letto sono per merito suo, anche perché spesso ne era lui l’autore. Questo percorso di studio non è sempre stato facile in Italia, e non lo è tutt’ora. Lui stesso, dato che a suo tempo aveva ricevuto molte pressioni, quando ho iniziato mi ha detto “stai attento, perché è un tema spinoso e a qualcuno potrebbe anche dare fastidio”. Oggi sicuramente è diverso rispetto al passato, ma non è ancora così semplice lavorare su questi temi. L’Ateneo per fortuna li sostiene: è presente, infatti, un General Course dedicato al genere. La referente principale, insieme al collega Luca Trappolin, è la professoressa Annalisa Oboe. Il corso ospita varie persone, tra cui ci sono anch’io che mi occupo della parte digitale. È un corso interessante, perché presenta tanti aspetti: parla del genere dal punto di vista biologico, filosofico, storico e “digitale”

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“Se la tecnologia e la digitalizzazione hanno permesso di vivere meglio la nostra sessualità o se hanno contribuito a distorcerla o a portarla in territori inesplorati? La risposta base di un sociologo è “dipende”. Sicuramente oggi c’è molto più accesso all’informazione sulla sessualità e le sue pratiche rispetto al passato. Pensiamo solamente alle questioni legate all’orientamento sessuale: prima era più difficile, ora invece ci sono molti video di coming out che aiutano ragazzi e ragazze a capire o a sentirsi meno soli. Ci sono anche una serie di associazioni con le quali parlare e confrontarsi. Dall’altro lato, c’è tutto un “dark side” legato a questi elementi: per esempio, esiste anche l’outing, il momento in cui qualcuno pubblicamente dice “questa persona è omosessuale o altro” quando la persona stessa non vuole”

“Rispetto alle pratiche, invece, funziona allo stesso modo: sicuramente oggi abbiamo accesso a molte informazioni legate anche a quelle che sono meno standard, e si potrebbe pensare quindi che ci sia una sessualità più libera. Dall’altra parte, in molti spazi digitali si tende ad essere molto normativi: se, infatti, ti esponi sui social con un aspetto ritenuto “strano” dalla maggior parte delle persone, è più facile venire sanzionati, non tanto dalla piattaforma, ma a livello sociale. È sempre una medaglia con due facce molto diverse: sicuramente il digitale può aiutare ad avere una visione più sex positive, per cui la sessualità non rappresenta più un problema o una paura. Dall’altra parte, però, ci sono una serie di questioni legate a informazioni sbagliate o a spazi dove una persona subisce violenza. La violenza di genere online è presente e purtroppo i dati non vanno decrescendo, anzi. Le vittime maggiori sono le donne e le persone che appartengono alla comunità LGBTQIA+”

“C’è bisogno di visibilità perché fino a poco tempo fa, ma anche oggi purtroppo, certe soggettività vengono cancellate, nel senso simbolico del termine: se io non le mostro è come se queste persone non esistessero. Come nelle serie tv: la questione non sta nel mostrare tutto insieme, ma dato che fino all’altro giorno le persone che venivano rappresentate erano per la maggior parte uomini bianchi, a un certo punto è necessario dare visibilità anche a chi non l’ha ricevuta. Non mostrare significa annientare simbolicamente e dire “non esisti”, anche perché una persona può non fare esperienza dal vivo ma attraverso i media e la comunicazione. Se io ad esempio non vedo che nella sigla di LGBTQIA+ c’è la “A” di “Asessualità”, non so neanche della sua esistenza. La mia speranza è di arrivare alla normalizzazione di tutto questo, un giorno. Ora, però, è necessario dare quel tipo di visibilità a soggettività che non l’hanno mai avuta”

“Il mio interesse, quando mi sono iniziato ad occupare dei temi di ricerca, era quasi personale. Mi sono sempre chiesto da ragazzino come funzionassero i rapporti umani. Ho fatto un percorso strano di formazione: prima dell’università, infatti, ho frequentato il Severi, un istituto tecnico informatico. Mi sono spostato dai sistemi operativi informatici a quelli sociali. A me ha sempre incuriosito tantissimo come funzionassero i rapporti interpersonali e le relazioni. Dopodiché, ho allargato lo sguardo e ho detto: “Queste cose non sono legate esclusivamente ai singoli che interagiscono, ma l’interazione accade all’interno di una cornice sociale più ampia”. A questo punto ho voluto capire di più come funzionassero questi aspetti. All’inizio ero più legato all’interazione e all’affettività, dopodiché avendo un interesse per i mezzi di comunicazione, ho pensato a cosa potesse collegare le due cose. La risposta è stata la sessualità e di conseguenza la pornografia, oltre all’intimità”

“Perché mi occupo anche di adolescenti? Lì è stato un caso, nel senso che ho iniziato a pensare dove ci fosse più bisogno di ricerca. Dato che c’era e c’è ancora un grande allarme sociale, volevo capire se tutta questa preoccupazione avesse un senso oppure no. Non vuol dire che non dobbiamo preoccuparci dei più piccoli, ci mancherebbe, ma la questione è che a volte la preoccupazione ci fa guardare nel posto sbagliato, mentre i ragazzi fanno tutt’altro. È un po’ come quando mia mamma mi diceva: “Non guardare Ken Shiro che diventi violento” e io lo facevo di nascosto, pur non diventando per nulla violento. L’idea è stata un po’ questa: i media creano sempre degli effetti e io volevo capire se ci fosse una base o qualcosa di più complesso. In effetti, tante volte è difficile dare una risposta semplice ai fenomeni che studio”

“Secondo me, si tende a tenere la sessualità privata per una questione di potere: studi femministi, di politica e di sociologia ci mostrano chiaramente quanto gli aspetti sessuali siano aspetti politici. Nel momento in cui si controllano i corpi e la loro sessualità, si ha anche controllo sulle persone stesse. Parliamo, ad esempio, della questione culturale secondo la quale la Chiesa avrebbe sempre voluto controllare la situazione. Se noi guardiamo più in profondità, vediamo che chi viene controllato sono le donne e i più piccoli. Da una parte c’è l’idea che l’uomo abbia degli istinti e delle necessità anche a livello fisico, erroneamente giustificate. Dall’altra c’è l’idea dell’innocenza. È necessaria, invece, un certo tipo di informazione affinché anche i più giovani possano vivere la sessualità in maniera più tranquilla. Questo crea delle differenze di potere tra chi comanda e le persone comuni. Tenere le cose protette aiuta a mantenere questo tipo di ordine. La sessualità libera, sotto questo punto di vista, è sbagliata perché va contro, in qualche modo, all’idea di famiglia monogama: nel momento in cui intraprendi un rapporto poliamoroso, ad esempio, l’idea di famiglia ”classica” vacilla, significherebbe rivedere l’intero sistema sociale. Tenere quindi nascosti anche questi elementi che caratterizzano la sessualità serve a mantenere il controllo, che è sbagliato”

“Anche riguardo allo scontro tra culturale e biologico c’è un grande dibattito: c’è chi ha una visione più legata alla biologia, che dice che è così perché è scritto nel dna. Poi c’è tutta un’altra branca, che vede le questioni da un punto di vista sociale e culturale, che non nega l’aspetto biologico, perché comunque per esempio il corpo di un uomo è diverso da quello di una donna, ma riconosce che da lì in poi ci sono degli aspetti culturali. Numerosi studiosi, ad esempio, hanno dimostrato che il piacere e l’eccitazione non sono elementi prettamente biologici, ma c’è un aspetto mentale e culturale. Ci sono certe cose che per alcune persone sono eccitanti e per altre, dall’altra parte del mondo, no. L’aspetto biologico, quindi, va ad intrecciarsi con quello culturale, sociologico e psicologico”

“Uno dei grandi pericoli è quello di banalizzare il tutto e dividerlo in “normale” e “anormale”. Abbiamo visto come abbia portato, in alcune situazioni, all’esclusione di alcune persone. Esistono poi delle patologie, però anche lì è necessario stare attenti. L’omosessualità, ad esempio, fino a poco tempo fa era nel DSM (Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders), ritenuta una malattia. Bisogna guardare come pian piano a livello culturale evolvono le questioni e come vengono accettate socialmente”

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“Tengo due corsi all’Università di Padova, uno per la laurea triennale “Comunicazione” e l’altro per la laurea magistrale “Strategie di comunicazione”. Si chiamano: “Media digitali e società” (in Triennale) e “Digital culture, gender and society” (in Magistrale)”

La base di entrambi i miei corsi sono i media digitali e la società, però entrambi presentano una grande attenzione alla questione legata al genere e alla sessualità. Nei miei corsi si affrontano sicuramente le questioni di base che spiegano come la società cambi anche in ragione delle tecnologie digitali e viceversa. Poi c’è anche un grosso focus su quelli che sono gli aspetti più identitari: genere, sessualità, ma anche pratiche sessuali. Quello che vediamo è in che modo le rappresentazioni mediali vadano a influenzare l’idea che abbiamo dei generi, come le tecnologie digitali si inseriscono nelle relazioni tra individui a livello sentimentale e affettivo e non, e come a livello sessuale le tecnologie vengano utilizzate oggi, dalla pornografia ai sex toys. L’obiettivo del corso è fare una panoramica e mostrare quanto queste tematiche legate a media digitali, sessualità e genere siano strettamente connesse e diano forma alla società contemporanea: non ne sono l’unico aspetto, ma secondo me sono importanti. Ci sono modalità diverse tra triennale e magistrale: la triennale vede numeri diversi e un approccio più frontale, sebbene inviti comunque molti ospiti a parlare, oltre a fare alcuni lavori di gruppo. Alla magistrale, invece, seguo una struttura molto più seminariale: si organizzano workshop, anche insieme ad ospiti internazionali. Quest’anno avremo tre esperti: la maggior esperta di pornografia al mondo, uno studioso di maschilità, tema poco dibattuto nelle questioni di genere, e un’altra studiosa che parlerà di amore e tecnologia. Saranno quindi interventi che andranno a toccare diverse delle tematiche del corso, che è in inglese”

“L’università ha tre missioni: la didattica, la ricerca e la cosiddetta “terza missione”, che significa portare all’esterno conoscenze e competenze. Avevo pensato di fare divulgazione, l’unico mio problema sarebbe il tempo: se lo faccio, giustamente lo voglio fare bene. Ho un’amica, Silvia Semenzin, che è un’attivista femminista che usa molto i social per divulgare: ogni giorno posta qualcosa, così come un’altra mia amica, che fa la sex influencer. Quest’anno proporrò un laboratorio di podcast con i ragazzi della triennale, che dopo aver seguito il mio corso potranno realizzare qualche puntata proprio sui temi che abbiamo trattato insieme. Ad ogni modo, ogni anno con gli studenti della triennale faccio una piccola ricerca, per la quale ogni studente raccoglie due interviste, una a se stesso e una ad un’altra persona, viene fatto un campionamento e poi una presentazione finale. Con gli studenti della magistrale, invece, abbiamo deciso di realizzare un podcast sulla vita sentimentale degli studenti fuorisede, anche internazionali. Cerco quindi sempre di intraprendere molti progetti che possano stimolare i miei studenti”

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