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Margherita Mannino

Dalla laurea in giurisprudenza alla carriera attoriale è un attimo. Eppure per Margherita Mannino, attrice padovana, il percorso di formazione è stato questo. Ora ha trovato la sua vocazione, la recitazione sia teatrale che cinematografica, che le dà la possibilità di trasmettere messaggi molto importanti o, come dice lei, di consegnare delle storie nelle mani dei suoi spettatori.

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“Mi chiamo Margherita Mannino e sono di Padova, mia madre è padovana ma mio padre è siciliano, di Catania. Ho sempre frequentato molto la Sicilia quando ero piccola e poi da sola anche in età più adulta. Insomma devo dire la verità, non mi sento completamente veneta. Ho sempre avuto un po’ di predisposizione per la recitazione, mi è sempre piaciuto imparare le cose a memoria, quando ero piccola tutti i miei compagni odiavano fare le recite scolastiche e invece a me davano tutte le battute perché mi piaceva, mi divertivo. Ero contenta anche quando ci facevano imparare le poesie a memoria. Alle medie e alle superiori ho frequentato i gruppi teatro della scuola e a un certo punto è arrivato il signor Pennacchi a farci da insegnante, parliamo di vent’anni fa”

Quando ho finito le superiori ero un po’ confusa, non sapevo benissimo dove andare. Avevo l’idea che siccome me la cavavo a scuola dovevo fare l’università, non perché qualcuno me l’avesse imposto, ma perché ero io un po’ testarda. Quindi mi sono iscritta a giurisprudenza, anche se non è che mi rendesse molto felice studiare diritto tutti i giorni. Il primo anno di università ho frequentato i corsi del TPR (Teatro Popolare di Ricerca). Un giorno mia mamma è tornata a casa con un volantino trovato in piazza per i provini per l’Accademia del Teatro Stabile del Veneto, che allora era l’Accademia Palcoscenico, diretta da Alberto Terrani. Io sono andata lì senza aspettative, portando dei pezzi di Dante, ma mi hanno presa comunque. Mi ricordo che quando mi hanno chiamata ero in aula studio, è stato uno dei momenti più belli della mia vita. Da lì è cominciata questa avventura, anche un po’ rocambolesca perché ero quasi alla fine dell’università e volevo chiudere questa parentesi, avevo capito che volevo dedicarmi al teatro”

Dopo la laurea ho preso il mio zaino e sono andata a vivere a Roma. Ho cominciato a muovere i primi passi da sola in questo mondo devastante, prendendomi tante legnate sui denti, come si usa dire. Però ho capito molte cose, questa esperienza ha forgiato il mio carattere, sicuramente avevo una predisposizione a non mollare. In realtà sono spesso tornata a Padova perchè avevo cominciato a lavorare col Teatro Stabile, dove mi sono diplomata. Devo dire che ho molto apprezzato la mia città quando sono tornata”

Del mio periodo a Roma ho un ricordo molto bello legato ad un lavoro in particolare. Si tratta deIl girotondo” di Schnitzler, che ho preparato insieme ad un gruppo di lavoro meraviglioso, per un festival. In quel periodo di lavoro abbiamo fatto una parte di residenza, di studio laboratoriale, quindi è una cosa che ci ha messo veramente molto tempo a nascere perché spesso dovevamo interromperci e riprendere dopo qualche settimana, magari con persone nuove. Adesso ho un ricordo di quella cosa come di un piccolo bijoux, dieci persone molto diverse tra loro che per merito di un regista molto giovane e molto bravo sono riuscite a trovare questa musica insieme”

Un’altra cosa che ricordo con affetto è sicuramente il primo set cinematografico. Le prime volte sono sempre molto emozionanti, si entra in questo mondo in punta di piedi, capita di presentarsi ad una persona che sai perfettamente chi è perché l’hai già vista mille volte al cinema”

Il passaggio dal palco teatrale al set cinematografico non è semplice. Io non avevo alle spalle uno studio completo sul mondo cinematografico, che comprendesse anche quindi tutta la parte dell’uso della telecamera, la mia preparazione era molto più improntata al teatro. Ho quindi cercato di tenermi in aggiornamento con laboratori, che anzi sono stati veramente molto molto utili per arricchire il mio percorso e la mia professionalità. Sicuramente all’inizio è stato difficile capire come calibrare le cose e capire come funziona quel mondo. Ad esempio sai che se sbagli non è un problema perché tanto la scena si può rifare, oppure banalmente sai che se una scena l’hai fatta bene ma l’audio o la luce non sono venuti come dovevano, la devi rifare. Non è detto che poi la scena che viene scelta sia quella che tu reputi migliore a livello di interpretazione. Il lavoro a livello di interpretazione invece non cambia, è la misura che cambia, ma non certo il pensiero che ci sta dietro. Tornare al teatro poi in realtà è bello perché libera molto, dà veramente tanti strumenti in più. Al cinema, l’esperienza più importante che ho avuto è sicuramente stata quella con Aldo Giovanni e Giacomo, con cui ho recitato nel film “Il Grande Giorno”

“Sono tornata a Padova dopo la pandemia. Quando è iniziato tutto io ero in tournée a Bolzano con “Morte di un commesso viaggiatore” di Miller. Si stava chiudendo pian piano tutto, siamo anche stati fortunati perché quella è stata una delle ultime zone a chiudere. Ho trascorso il lockdown insieme alla mia famiglia in una casa in collina, dove per fortuna avevamo uno spazio aperto. Purtroppo però per il nostro lavoro il periodo del Covid è stato devastante. Non abbiamo lavorato per un sacco di tempo, ci sono voluti due anni perché riaprisse tutto. In quei due anni sono però successe due cose bellissime: mi sono sposata ed è nata Aurora, la mia meravigliosa bambina”

“Avere un figlio in questo momento sembra quasi strano, soprattutto facendo questo lavoro. Io ho sempre avuto questo desiderio, è stato molto naturale. Parlandone con i colleghi emergono sempre preoccupazioni relative al lavoro, al futuro, all’economia. È chiaro che bisogna pensare a che tipo di vita si vuole dare a questi bambini, che già nascono in un’epoca particolare, ci si sente in colpa dall’una e dall’altra parte. Da un lato si pensa al contesto in cui si stanno mettendo al mondo, però è anche vero che magari questi bambini che nascono forse qualche soluzione la troveranno, chi lo sa”

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I miei progetti futuri sono: “Arlecchino?”, una riscrittura moderna dell’“Arlecchino” di Goldoni. È una drammaturgia scritta da Marco Baliani, siamo sette attori e il protagonista è Andrea Pennacchi, che interpreterà proprio Arlecchino. Debuttiamo a Cittadella il 27 gennaio e a Padova siamo in scena a febbraio. Gireremo fino ad aprile e non vedo l’ora di cominciare, si prospetta una cosa molto interessante. Dopodiché ho un monologo su Liliana Segre, che in parte farò io e in parte verrà portato avanti da una mia collega”

A me piace stare a teatro, proprio nel luogo fisico, sul palco. Il periodo delle prove spesso è la parte più bella, comincia un viaggio, è il periodo di costruzione in cui si crea una famiglia, si sperimenta. Faccio un lavoro in cui ogni cosa è sudata, frutto di gavetta, però è un lavoro che mantiene molto vivi. Quando entro in un teatro mi sento ancora in un posto magico e mi sento una persona molto privilegiata. Io sono sempre felice quando lavoro perché non riesco a vivere senza, fa stare bene me in primis. Devo dire egoisticamente che lo faccio prima per me che per gli altri, è proprio la mia cura per le difficoltà della vita. Dopodiché, se si riesce a far divertire delle persone, oppure a farle emozionare o riflettere, ecco che allora ci si sente anche utili in questa società. Non sarò un medico che salva gli esseri umani operando al cuore, però allieto lo spirito della gente e cerco di dare il mio contributo. Si tratta del classico tema della cultura, che è tanto bistrattata ma in realtà è la cosa fondamentale per lo sviluppo di un pensiero libero, del libero arbitrio e della propria coscienza. La cultura resta infatti l’arma dei potenti per controllare i popoli. Diciamo che più cultura spargiamo in giro e meglio è, fondamentalmente”

“Il tema della cultura è fondamentale e io ci tengo a sottolinearlo sempre. Spesso mi chiedono perché ho fatto questo spettacolo su Liliana Segre. In realtà, molto banalmente, era da un po’ che volevo fare un monologo e stavo cercando una storia di donna. Un giorno mi è capitato per le mani un libro, perché dovevo fare delle letture per dei ragazzini per la Giornata della Memoria, e quando l’ho letto ho capito di aver trovato quello che cercavo. Spesso accade che quando si cercano, sono le storie che trovano te. Ho sentito subito l’esigenza di fare questa cosa, di mettere in scena questa storia per farla vedere a quanti più ragazzi possibili. Per quanto la Shoah sia un genocidio di cui si parla paradossalmente molto di più che di altri, resta sempre un problema oggettivo che molti ragazzi, ma non solo, ne sanno invece veramente poco. Come dice la Segre, man mano che si andrà avanti nei libri di storia si arriveranno a scrivere forse due o tre righe sul tema. E allora sì, l’importanza di queste storie c’è ed è forte ancora oggi, anche se magari qualcuno ne ha già sentito parlare tanto, perché c’è chi invece ancora non le conosce”

Io ho fatto ormai tantissimi spettacoli con i ragazzi e non è facile perché c’è sempre la paura che facciano rumore, che si distraggano. Posso dire che su cinquanta repliche fatte, solo due sono state faticose. In tutte le altre i ragazzi sono stati zitti dall’inizio alla fine. Quando accendevamo le luci vedevo ragazzi commossi, o che comunque si erano fatti coinvolgere dalla storia. Si vede che questa cosa gli arriva, gli arriva una storia di cui magari hanno parlato in classe facendo storia, ma che in questo modo gli rimane addosso con tutto un altro livello di emozione e di spessore. Soprattutto, in questo modo una storia si ricorda molto più facilmente che studiando date su un libro. In più, Liliana è entrata in campo di concentramento quando aveva tredici anni, quindi i ragazzi si sentono coinvolti e tendono a immedesimarsi nel racconto. Non importa poi se questa storia ha emozionato o è interessata di più o di meno, è un mattoncino piccolo nella loro coscienza, nello sviluppo del loro libero arbitrio e del loro pensiero. È un mattoncino con cui si possono costruire delle idee anche sul mondo di oggi, quindi in questo senso per me il teatro civile ha un valore incomparabile. Non è vero che i ragazzi non si interessano di niente, io ho avuto sempre esperienze positive. Quando facciamo i dibattiti anche le domande più strane, che non ti aspetti, ti portano a vedere le cose da un altro punto di vista, ma che fa in ogni caso riflettere. In questo modo i ragazzi si avvicinano al mondo del teatro, che magari non conoscono, ma che ha moltissimo da offrire”

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