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Michele Polico

Quali sono le rivoluzioni digitali che ci aspettano? Michele Polico ci guida alla scoperta delle meccaniche del buon funzionamento di un’impresa, affrontando il tema delle strategie globali di comunicazione digitale. Fondatore di Young Digitals e professore dell’Università degli Studi di Padova: una figura effervescente che mostra come coniugare crescita personale e lavorativa in un percorso di successo.

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“Mi chiamo Michele Polico, ho trentasette anni e ho studiato Comunicazione. Ho scelto questa facoltà un po’ a caso, come per la maggior parte delle persone che scelgono la propria facoltà a diciott’anni. Mi è sempre piaciuto scrivere e, sin da piccolo, ho messo nero su bianco diversi racconti e poesie. Credevo che studiare Comunicazione mi avrebbe in qualche modo aiutato a realizzarmi attraverso la scrittura creativa e, di conseguenza, a trovare un lavoro”

“Con l’esame di Economia mi sono appassionato tantissimo alla materia, così ho scelto di passare dall’indirizzo di giornalismo alla divisione marketing. Mi affascinava il tema dei nuovi media che, all’epoca, era il web 2.0”

“Mi sono laureato nel 2008: un mese più tardi sono andato a lavorare nel digital marketing. Tutti i miei progetti si trovavano su Myspace, dal momento che Facebook era poco diffuso e in pochi ancora avevano uno smartphone in tasca”

Ho visto tutta la trasformazione dei social: mi sono innamorato e disinnamorato. Ad oggi ritengo che il nuovo mondo – del web 3.0 – sia estremamente interessante. In particolare, mi affascinano metaverso e blockchain

Attualmente stiamo vivendo un periodo di transizione e ci troviamo nella stessa situazione di dieci anni fa, quando nessuno credeva nel cambiamento epocale che stavamo vivendo. Chi ci ha creduto, ha cavalcato l’onda e ce l’ha fatta. Il web 2.0 ha cambiato seriamente la vita delle persone. Il web 3.0 implica blockchain e metaverso. Dove saremo tra dieci anni? Questi temi mi appassionano moltissimo

“Uno degli errori più comuni sul metaverso è il fatto che lo si chiami metaverso. Si dovrebbero chiamare “metaversi”, dal momento che si tratta un sistema fatto di più ambienti e parti interoperabili. Tutto questo verrà integrato con blockchain e NFT. Il concetto di token – dal mio punto di vista – cambierà radicalmente il modo in cui faremo tutto: dall’acquisto di un capo d’abbigliamento, alla fruizione di un concerto. Credo che questo cambiamento possa avvenire nei prossimi cinque anni

“Dopo la laurea –  l’11 settembre 2008 – ho trovato lavoro presso una web agency. Ho aperto un blog nel 2009 e questo è diventato uno dei blog sul marketing più letti in Italia – chiamato “Social Media Marketing”.  In quegli anni, l’argomento era agli albori e ancora non se ne parlava. Avevo ventidue anni e mi invitavano a tenere conferenze, dal momento che nessuno affrontava quel tema

“Nel 2009 ho scritto un libro che mi ha dato un po’ di visibilità, intitolato “Twitter marketing in 140 tweet. Una guida che utilizza lo stile del servizio di cui parla

“A ventiquattro anni ho deciso di creare Young Digital Lab: un network di ragazzi under30. La novità del mondo digitale faceva sì che solo i giovani potessero spiegare ai più vecchi questi meccanismi: questo era il concetto di base. Dopo quindici anni scopriamo di essere noi i vecchi: possiamo guardare le innovazioni e cercare di capirle, con la consapevolezza che la rivoluzione è promossa dalla generazione di quindici anni più giovane. La generazione Z è assolutamente pronta per capire l’era degli NFT, per vivere in questo nuovo contesto

“Mio figlio ha otto anni e, per lui, comprare un badge per un videogioco – ovvero spendere soldi reali per un bene virtuale – equivale alla stessa cosa di spendere soldi reali per un bene fisico. Per noi ancora non è così: tra lo spendere cento euro per una maglia o per un avatar digitale, scegliamo senza dubbio il bene materiale. Il valore della maglietta viene considerato infinitamente maggiore, perché non virtuale. Pe le nuove generazioni non è così. Ogni idea è reale solo se viene ritenuta tale da qualcuno”

Young Digital Lab era un format di corsi di formazione per le aziende, realizzato da un team di ragazzi. In 5 anni abbiamo realizzato 20 eventi in giro per l’Italia: il primo di questi è stato a Padova e hanno partecipato aziende che non avrei mai immaginato potessero essere interessate

“Un mese dopo mi sono licenziato dal mio lavoro come dipendente. Sono andato dal notaio e ho aperto una società da solo, senza avere minimamente idea di cosa questo volesse significare”

“C’è stata una prima fase di grande crescita, anche se relativa. Avevo iniziato da solo e dopo tre anni eravamo in cinque persone: in quel momento abbiamo aperto la prima sede

“Dopo altri tre anni l’azienda contava cinquanta dipendenti. L’esplosione è stata abbastanza rapida: eravamo la prima agenzia social in Italia e avevamo rivolto la nostra attenzione al far east: avevamo notato il movimento che stava crescendo in Russia, in Cina e in middle east (strano pensare che meno di dieci anni fa si pensava che in Cina non ci fosse internet!). Mentre tutti guardavano a ovest, ci siamo accorti che a est c’era un mondo pazzesco. Così abbiamo creato un nuovo progetto chiamato Digital in the Round: un magazine realizzato da un network internazionale di persone che lavoravano nel digital. Era l’unica fonte di informazione a livello internazionale su cosa fosse il digital e il digital marketing in quei paesi. Siamo stati invitati a parlare in Libano, in Marocco, in Cina e Tom Cruise ha iniziato a seguirci su Twitter. Quando WeChat è stato lanciato in Italia siamo stati chiamati a presentarlo con un evento, eravamo sul palco con Francesco Facchinetti e Alessia Ventura. Eravamo gli unici in Italia che sapevano cosa fosse WeChat”

“Tutto questo ci ha fatto espandere molto velocemente: ad un certo punto, nel 2014, ci ha contattato Bulgari e ci ha chiesto di aprire i loro canali social russi e cinesi per Bulgari Hotel. All’epoca eravamo nove ragazzi veneti in un ufficio a Padova. Abbiamo fatto dei colloqui finché abbiamo trovato una ragazza cinese che viveva a Shanghai: ha preso un aereo ed è venuta a vivere a Padova. Insieme a lei abbiamo trovato anche una ragazza russa che studiava a Milano, anche lei è venuta a Padova e ci ha aiutato nella parte russa. Da quel momento, nel giro di due anni, avevamo 20 collaboratori internazionali provenienti da 15 paesi diversi, facevamo i corsi di italiano in azienda perché c’erano tantissime persone che non parlavano la nostra lingua. Era come una piccola ONU. Sono passati solo otto anni e sembra ridicolo pensare che fosse un’innovazione…” 

“In quel periodo eravamo cresciuti molto nella produzione di foto e video. Tra il 2014 e il 2015 e avevamo come cliente il gruppo Coca Cola: abbiamo proposto loro di produrre delle foto ad hoc per Facebook e loro ci hanno risposto che eravamo la prima agenzia a livello europeo a proporre una cosa simile”

“Siamo stati la prima agenzia social a crearsi uno studio di produzione interno. Inizialmente ci occupavamo solo di foto still life, poi si è evoluto in molto altro. Oltre alla produzione avevamo anche la competenza riguardante i mercati internazionali: due cose fondamentali per il Made in Italy, che consisteva in prodotti belli che dovevano essere visti per il mercato italiano”

“Senza che avessimo architettato una strategia vera e propria – un po’ per caso e prima di rendercene conto – siamo diventati l’agenzia di riferimento per il Made in Italy. Abbiamo creato una divisione moda, una divisione gioiello, una divisione design, una divisione food e abbiamo continuato a lavorare su questi mondi”

“Come tutte le cose, si passa dall’essere un’innovazione a diventare commodity: sono arrivate altre società che si occupavano della stessa cosa e noi l’abbiamo un po’ abbandonata. Ci siamo buttati sul tema omnichannel. Era il 2017 ed eravamo un’azienda di cinquanta persone che si occupavano di social media: il mercato, però, stava chiedendo altro. Nello specifico richiedeva progetti integrati, in cui social e non-social si integrassero. Abbiamo deciso di operare un percorso di cambiamento: dopo moltissima formazione interna abbiamo modificato anche il nostro logo cancellando le due parole. Questo era il modo per comunicare al mercato che non eravamo più né young né digital

“Quando abbiamo cercato di entrare nel mercato del far east abbiamo realizzato un blog-magazine in cui davamo voce ad alcuni professionisti internazionali. Li trovavamo attraverso un passaparola. Era un periodo in cui non ci si occupava molto di questi temi, dunque era più facile risaltare e farsi conoscere. Anche la pagina Facebook di Young Digital Lab è diventata – dal nulla – una cosa pazzesca. Ma ripeto, si trattava un mondo diverso: era tutto agli albori, tutto nuovo. Era facilissimo attirare l’attenzione”

“Ai tempi ero molto diverso e molto meno consapevole di come funzionavano le cose. Quando sono partito sapevo di voler dar vita ad un’azienda e creare un brand. Progettavo di vendere a qualche gruppo internazionale, in realtà poi ho fatto la exit su un gruppo italiano. Pensavo di metterci meno tempo, invece ci ho impiegato ben nove anni”

“Sono contento di questo percorso e credo che sia stato un viaggio personale che mi ha fatto maturare. Può sembrare banale, ma credo che questa sia una cosa assolutamente rilevante: è stato un periodo bello e pieno di euforia, energia e movimento, ma anche denso di momenti difficili da superare. Questo, sicuramente, mi ha formato e forgiato come persona”

“Ho scritto un libro che definisco un “manuale umano per fare impresa”. Si tratta di una serie di consigli, suggestioni e storie. Ogni storia è particolare e ogni strada che decidiamo di percorrere è solo nostra: gli errori che commettiamo provengono solo dal nostro libero arbitrio: questa è la base di tutte le mie riflessioni.  Bisogna saper imparare dai propri errori e ricordarsi che loro da soli non insegnano nulla, è il singolo che deve trarne la lezione.  Una cosa che credo di aver imparato riguarda il tema della vittoria: da ragazzino ero molto competitivo e, quando ho fondato l’azienda, volevo avere successo. Vedevo l’attività come una partita da vincere. Con il tempo ho capito che l’obiettivo non è vincere da soli, bensì far vincere tutte le persone che ti gravitano attorno. Se hai un’azienda e fai vincere i clienti, i fornitori, i dipendenti, le banche: allora vinci tu. Se, invece, qualche tassello del puzzle si rompe, allora il puzzle smette di esistere. Ho imparato questo mantra di vita facendo negoziazione, rovinando i rapporti e facendo le mie esperienze: nel lungo periodo si vince in modo fair solo se, con te, vincono tutti”

“Nel mio percorso lavorativo ho avuto finora dodici soci in aziende diverse: non è sempre facile, anzi! A volte può essere estremamente complesso. C’è un modo di dire in dialetto veneto che spiega che il numero perfetto di soci è dispari e inferiore a due, ma credo non sia vero. Ho fatto fatica con la maggior parte dei soci che ho avuto. Dopo tutto, però, è innegabile che siano una risorsa: è estremamente più difficile fare le cose da soli. Tutto sommato, sono contento del percorso che ho seguito, anche rispetto all’aver fatto incluso alcuni soci, nonostante le difficoltà che abbiamo dovuto affrontare. Le difficoltà sono sorte soprattutto alla fine della nostra collaborazione. A chi parte consiglierei di parlare molto chiaramente con loro fin da subito: bisogna essere molto chiari su ciò che si desidera, su ciò che non si accetta e su quello che si può offrire. Bisogna trovare un allineamento di valori e, se questi non sono allineati, si è destinati a perdere

“Ho fondato la società da solo ed ho avuto la maggioranza per sei anni quando sono entrati dei soci. Poi mi sono ripreso la percentuale totale e, infine, ho venduto la maggioranza. Sono stato socio di minoranza per un anno e, alla fusione, dopo un anno ho deciso di lasciare. Le ho provate proprio tutte!”

“Successivamente abbiamo ricreato una nuova offerta: nel 2019 siamo stati acquisiti da un gruppo italiano e nel 2020 ci siamo fusi con altre due realtà, creando Different. Il 31 gennaio 2022 sono uscito dalla società: questi sono i miei 12 anni di storia”

“Adesso sto facendo le cose con un po’ di calma, mi sono preso un anno di pausa per riflettere. Sto incontrando tantissime persone e, essendo una persona estremamente dinamica, forzarmi al non far nulla mi permette di ragionare. Voglio ripartire con le idee più chiare di quando mi sono fermato”

“Nel frattempo sto scrivendo libri. In questi giorni sto scrivendo il mio terzo libro di quest’anno. A gennaio del 2022 ho iniziato il mio primo romanzo, concluso a maggio. A luglio ho terminato il mio secondo manuale e due settimane fa ho iniziato il mio secondo romanzo. Il primo è stato definito “narrativa contemporanea con elemento magico”. Il secondo sarà un romanzo umoristico. 

Ho sempre scritto, lo faccio da quando ne ho memoria. Mi sono fermato per anni, facendo fatica a gestire sia la voglia di scrivere che l’azienda”

“Il libro che ho pubblicato nel 2021, “La tua idea non vale nulla”, è stato scritto durante il lockdown. Quello è stato il primo periodo in cui mi sono potuto fermare un momento”

Ho ricordato che mi piaceva scrivere e ho deciso di provare ad investirci più tempo. Ho ricevuto dei bei commenti. Più di qualcuno mi ha scritto di aver apprezzato le mie parole e, con alcune di queste persone, ci siamo anche trovati a pranzo. Non è stato un boom come avevo sperato, ma ho avuto dei bei feedback. Ne sono contento”

Insegno Imprenditoria agli studenti di Comunicazione dell’Università di Padova e Comunicazione nella Moda al Politecnico di Milano. Mi piace moltissimo, è come se insegnassi a dei compagni di corso più giovani. In più, la materia mi appassiona moltissimo”

“Ho detestato la scuola e credo che questo mi aiuti a fare il professore. Voglio che i ragazzi mi diano del “tu”, voglio che mi chiamino Michele, non “professore”. Non mi sento assolutamente un professore, dal momento che non ritengo di avere una conoscenza da trasferire. Quello che posso offrire è la mia esperienza. Mi colloco come un ragazzo più grande che ha fatto delle cose: spiego loro come funzionino in maniera pratica e rispondo alle domande che mi vengono poste. Il mio approccio comunicativo si fonda su poche slides, molta improvvisazione e moltissimo dialogo. Questo è il metodo che mi piace”

“Non credo di avere la ricetta per trovare un equilibrio tra il lavoro e la vita privata. Quantomeno, non credo di essere sempre riuscito a farlo. L’imprenditoria nasce il più delle volte da un bisogno, da una mancanza, da un’insoddisfazione di fondo. Fare impresa significa costruire qualcosa che nel mondo esterno non esiste, oppure colmare una mancanza personale. Ovviamente, le due modalità possono essere compresenti

Con queste premesse, il tema del bilanciamento viene meno. Bisogna rimanere sempre attenti. Il rischio è di dimenticare tutto quello che ci circonda, cercando di colmare le nostre mancanze attraverso il lavoro. Il rischio è di lasciare indietro pezzi fondamentali. Bisogna lasciarsi degli spazi, rimanere concentrati. Credo che il remote work non aiuti molto in questo contesto: per quanto sia utilissimo, vivere nello stesso spazio dove si lavora è deleterio. Non si riescono a separare due ambiti ben distinti: vita privata e lavoro. Bisogna darsi delle regole. Io, per esempio, chiudo il telefono in una stanza. È una cosa che faccio molto spesso. Non ci si deve tuffare nel mondo dell’impresa per scappare da altro: sarebbe un motivo sbagliato. Il centro è sempre il sé: bisogna lavorare su noi stessi”

“L’uscita dei soci da Young Digitals è stato un momento davvero complesso da gestire, forse il più complicato in assoluto. La crisi è avvenuta verso la fine del 2015, l’uscita nel 2017: il fatto che ci siano voluti quasi due anni fa emergere con chiarezza quanto sia stato difficile. Avevamo punti di vista diversi su molti argomenti ed eravamo nel pieno della crescita esplosiva. È stata molto dura. Da questa situazione ho imparato che non esiste un problema che non sia un problema interiore. L’unica soluzione possibile, in quel periodo, era liquidare i soci: ci ho messo un anno e mezzo per capirlo! Riuscire ad osservare i problemi dall’esterno è fondamentale: bisogna sempre chiedere agli altri cosa farebbero, per avere un parere imparziale. Non bisogna focalizzarsi sul problema, ma sulla sua soluzione. Esiste una soluzione per quasi tutto nella vita. Questa modalità di ragionamento mi aiuta anche adesso. Ho imparato molto: se dovessi ripartire saprei sicuramente come gestire questi rapporti

“Al momento mi sono imposto di non prendere decisioni per il futuro. Mi sto sfogando creativamente attraverso la scrittura, e poi vedremo il da farsi”

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