Nicolò Targhetta

Si inizia con un “Non è successo niente” per non dover raccontare qualcosa, ma a distanza di anni Nicolò Targhetta ha continuato a scrivere, inseguendo la propria passione e capendo che ne vale assolutamente la pena. Un inizio come videomaker per poi riscoprirsi scrittore, Nicolò ha ridimensionato più volte le sue aspettative e ogni giorno scrive consapevole che qualcosa succederà.

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Mi chiamo Nicolò e sono di Camposampiero. Ho studiato scienze della comunicazione e ho proseguito con la magistrale in strategie di comunicazione. Sono stati anni davvero belli, ma una volta finita l’università ho scoperto che mi mancava qualcosa. I miei genitori mi chiedevano se stessi costruendo una vita dopo l’università e come alle elementari, cercavo di tranquillizzarli. Vedevo i miei coetanei raggiungere una serie di traguardi, ma io non riuscivo a starci dietro”

“Poi ho cominciato a lavorare nel videomaking, perché volevo applicare lo storytelling a alcuni progetti, ma ho dovuto ridimensionare le mie aspettative quando ho scoperto la realtà delle aziende per cui lavoravo. Ho fondato una piccola startup con due amici, chiamata Adroit, con l’idea di diventare un’agenzia di produzione video per aziende”

“Io facevo le riprese e mi occupavo di tutta la parte creativa, ovvero sceneggiatura e storytelling. Il problema era che, se inizialmente ero molto stimolato, in seguito iniziavo a scegliere alternative più funzionali, pratiche e veloci, finendo col fare quello che non volevo essere. Dopo quattro anni ero completamente vuoto dal punto di vista creativo, e sebbene avessi la possibilità di lavorare con realtà molto interessanti, rimanevo sempre incredibilmente deluso. Probabilmente non ero tagliato a fare quel lavoro ed ero stufo di fare un mestiere in cui alla fine arrivavo a raccogliere le briciole di un’idea”

Nel tempo libero scrivevo perché in passato un insegnante di italiano mi ha incoraggiato a farlo, e ho continuato per passione: era l’unico contesto in cui riuscivo ad essere sincero con me stesso. Non volevo che rimanesse un hobby, quindi per un anno, nel 2018, mi sono imposto di scrivere tutti i giorni un racconto, in maniera quasi ossessiva, mentre lavoravo. Scrivevo su una pagina Facebook, un contesto in cui ci può essere un feedback, e chiamai la pagina “Non è successo niente”, come la risposta che davo quando alle elementari venivo bullizzato per la mia altezza smisurata e ogni volta che tornavo a casa con ferite più emotive che fisiche ai miei dicevo “Non è successo niente”

“Dopo un anno avevo solo 800 follower. Ero deluso, ma avevo scoperto che non riuscivo a passare un giorno senza scrivere ed ero rimasto ipnotizzato da questa routine. Questo per me è stato molto utile, perché poi nell’ambito della scrittura la costanza è quasi l’unico elemento discriminante per avere successo, paradossalmente molto più che il talento. Ci sono tanti autori che pubblicano regolarmente perché sono costanti più che per bravura”

Scrivevo dei testi che non seguivano le norme social, molto lunghi, senza immagini né video a corollario, perché non sapevo metterli, e ancora adesso su Instagram utilizzo una formula simile. Ho iniziato con i dialoghi, che ho scoperto funzionare molto bene per me e che in seguito hanno reso la mia pagina riconoscibile; preferivo leggerli di gran lunga rispetto a un testo descrittivo. Il problema con la scrittura, secondo me, è che ci sono troppe direzioni e la pagina bianca fa paura, non perché è vuota, ma perché ci può essere di tutto sopra. Io ho iniziato definendo cosa non volessi scrivere e cosa non volessi essere e ho capito che, oltre a immagini o video, non volevo mettere la mia faccia. Tanti scrittori sui social funzionano anche perché appaiono sulla loro pagina, e io non volevo che la gente apprezzasse me, ma quello che scrivevo. In realtà i dialoghi in qualche modo hanno funzionato sui social perché offrono una struttura verticale che non spaventa rispetto a un wall of text; in questo modo vieni stimolato dai primi scambi di battute e poi sei più stimolato a continuare. La mia è sempre stata una crescita costante, non ho mai fatto successo con un singolo post diventato virale. Certi giorni su Facebook acquisisco molto seguito, ma il giorno dopo lo perdo nuovamente, questo perché le tematiche che affronto nei miei testi possono variare facilmente e la gente sui social vorrebbe che tu scrivessi sempre cose simili”

“Nel momento in cui sono stato contattato da Becco Giallo ho capito che la scrittura poteva diventare un lavoro: la casa editrice mi aveva letto su Facebook in tempi non particolarmente sospetti, quando la pagina non era ancora grande, ma ad oggi nel mondo dell’editoria la pesca sui social è una prassi. Abbiamo cominciato a scrivere un libro, una raccolta di racconti con qualche inedito, che prese il nome della pagina Facebook “non è successo niente”, e poterlo pubblicare per me era come mettere piede sulla luna. Ho avuto la fortuna che il libro andasse molto bene anche per una dinamica di passaparola, poiché nessuno conosceva il mio nome. Inoltre, da parte di Becco Giallo c’è stata l’intelligenza di affiancare il libro a uno spettacolo teatrale che ha fatto una tournée in giro per l’italia; era una specie di reading in cui due attori leggevano i testi, i quali si prestavano molto essendo dialoghi e il seguito riscosso mi sorprese molto”

“Dopodiché sono entrato nelle dinamiche editoriali, legate a scadenze a deadline molto rigide. Ci sono due grandi eventi all’anno per Becco Giallo: il Salone del Libro e Lucca Comics, due periodi in cui è opportuno pubblicare. Poi c’è Zerocalcare, il grande mostro: quando lui pubblica è pericoloso far uscire un libro, perché cannibalizza tutti i lettori. Tutte queste cose per me erano assolutamente nuove e ne ero affascinatissimo. I ritmi editoriali richiedono una certa costanza, quindi un anno dopo ho finito il mio primo romanzo: “Lei”, che credo sia quello che qualunque autore debba scrivere a un certo punto per far contenta mamma e per dire che non sei uno psicopatico ma hai dei sentimenti. Successivamente sono iniziate le collaborazioni e ho avuto la fortuna di poter scrivere sceneggiature per fumetti che mi venivano commissionati, finché la magia con cui ero partito inizia a scemare ed entro nel loop dello scrittore. Ho tenuto viva la pagina perché era funzionale alle vendite e quando mi chiedevano di scrivere due libri, io accettavo, perchè fin dalla scuola sono stato un Hermione Granger, che deve soddisfare tutti ed essere il primo della classe. Ci sono stati anni in cui avevo ansia di rimanere in libreria perché mi veniva richiesto in qualche modo e perché avevo paura finisse, cosa che immagino che succederà prima o poi non essendo a un livello di affermazione tale da poter vivere di rendita”

“Quindi sono seguiti una serie di libri; ho lavorato con Longanesi per una semi raccolta tematica di dialoghi storici immaginari, e due anni fa, ho scritto l’unico libro di cui sono contento, dal titolo “Piove per esigenze di trama”. Ci sono molto affezionato perché racconta la mia storia, in maniera laterale. Infatti, ho ho due grandi feticismi letterari, il fantasy e il giallo, che mi piacciono molto ma odio al tempo stesso perché sono pieni di cliché́: il fantasy non riesce a finire una storia in un libro, e il giallo ha sempre degli ispettori con dei vizi e dei problemi. Perciò, decisi di raccontare una satira del mondo della letteratura, in cui un elfo alla Legolas non sopporta più la sua saga fantasy ed evade dal suo libro, poichè soffre di attacchi di panico ogni volta che vede un Hobbit, un anello o una missione da compiere. L’elfo si rifugia in una città dove personaggi letterari e persone reali convivono, si ricicla in commissario di polizia e decide di impostare tutta la sua vita in modo da non finire mai più sotto trama, perché ne è terrorizzato, diventando così antiletterario in tutto quello che fa. Banalmente, come ispettore ha tutti i vizi: si droga, beve fuma, in modo da non dare punti di riferimento letterari. Inizia a vivere in quei vuoti di montaggio narrativo che di solito vengono ignorati ai fini della bella lettura, anche se chiaramente si ritrova dentro una storia perché tutti i personaggi intorno a lui ambiscono a essere pubblicati e ad apparire. L’analogia, quindi, non è nascosta, perché quello era anche il mio problema; entrando nella dinamica del content creator, ti ritrovi nella situazione in cui sei tu stesso un personaggio perché te lo sei costruito, ma vorresti tornare indietro. L’unico modo quindi è scomparire un po’, mettendoti sempre dietro alle cose che fai. Tanta gente in questo mondo pensa di essere speciale, quando in realtà è quello a cui danno vita ad essere speciale; i social sovrappongono le due cose e spesso ti fanno pensare di essere meraviglioso, solo perché scrivi, quando in realtà sono le cose che produci come artista ad essere belle

Becco Giallo ha delle dinamiche molto familiari e io ho il lusso di poter proporre al mio editore un’idea, ma solitamente il mondo editoriale, discografico o artistico in generale non è così. Proprio perché è un’economia di scala nel momento in cui non si è pronti a pubblicare c’è sempre qualcun altro a prendere il posto. Infatti quelli che funzionano meglio sono workaholic, che hanno la mentalità da mangaka giapponese; lo stesso Zero Calcare  pubblica un libro all’anno. È un mondo molto difficile perché lo spazio di attenzione è minimo e vieni facilmente dimenticato

“Al momento è la pagina social a far funzionare le mie pubblicazioni in libreria, ma il mio sogno sarebbe quello di passare al lato opposto: sarebbe bello fosse il libro a richiamare attenzione sulla pagina. Vedo il content creator come una persona che apre un ristorante e offre un certo tipo di cibo; nell’ambito editoriale c’è chi scrive l’equivalente degli hamburger di McDonald e vince facile, perché il cibo è molto buono e piace a tutti. Nel mio ristorante c’è il formaggio ai vermi, le lumache, cose che piacciono a pochissime persone che magari si innamorano e ritornano, però per venire a mangiare una prima volta è necessario uno sforzo. Chi è entrato nella mia pagina Facebook degli attuali 170.000 ha fatto un atto di fiducia profondo. Attualmente sto cercando di scrivere il seguito del commissario elfo, che dovrebbe essere una presa in giro dei sequel e della mossa economica del sequel stesso. Per il momento cercherò di continuare a scrivere e vedere dove mi porta questo racconto”

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