Padova Mixed Ability Rugby

Il desiderio di permettere a suo figlio di vivere le stesse emozioni che sperimentava lui ogni volta che giocava a rugby è stato ciò che ha spinto Fabio a fondare, insieme ad alcuni amici, la prima squadra di Mixed Ability Rugby in Veneto. Nata ormai otto anni fa, oggi la squadra è cresciuta. E così ogni settimana una ventina di ragazzi si riunisce per allenarsi insieme, condividendo gioie e dolori che questa attività è in grado di offrire e sperimentando appieno i valori dello sport.

GT5_4973-3

Io sono Fabio Bego e non saprei come definire il mio ruolo, da fondatore a facilitatore, da coordinatore a referente del progetto. Di fatto, ho avviato questa attività con altri amici otto anni fa. Avevamo esperienza nella squadra old ma abbiamo deciso di provare a darci anche una dimensione di impegno sociale. La mia esperienza parte dal fatto di avere un figlio disabile, che vedeva il papà giocare e voleva imitarlo. È nata quindi in me la curiosità di trovare una dimensione in cui far giocare mio figlio, una realtà che lo includesse. Inizialmente lo abbiamo inserito nella squadra old, dove giocava con una casacca gialla perché tutti potessero riconoscerlo, ma  poi con il tempo l’abbiamo tolta. Andava trovata una soluzione diversa e facendo qualche ricerca in rete ho scoperto l’esperienza Mixed Ability. All’epoca in Italia era rappresentata solo da una squadra a Chivasso, in Piemonte, quindi ho deciso di andare lì un weekend, a vedere un torneo internazionale. Da lì è cominciato tutto”

Mixed Ability fa riferimento a una rete internazionale che si chiama IMAS (International Mixed Ability Sports), alla quale è affiliata anche la Federazione Italiana Rugby. IMAS non riguarda solo il rugby, ma altre sei o sette discipline. La pratica del Mixed Ability è molto sviluppata nei paesi anglosassoni e in tutto il sud America. Adesso si sta diffondendo un po’ anche in Europa, in particolare in Italia, Spagna e Belgio”

La caratteristica di questa modalità di approccio è che non vengono cambiate le regole in funzione delle persone, ma le persone, consapevoli di quello che stanno facendo e degli eventuali rischi connessi, si esprimono nel gioco del rugby dando quello che riescono in base alle proprie capacità. Non c’è un’aspettativa di prestazione tecnica da parte nostra sul risultato, c’è una verifica sul fatto che quella persona abbia una crescita. Questo si vede nelle abilità che acquisiscono, nella competenza tecnica, nella fiducia in sé stessi, nel coordinamento spazio temporale. Sono tutti progressi molto evidenti. Questa è la grande differenza, ad esempio, dal mondo dello sport paralimpico, che seleziona il tipo di prestazione in funzione delle disabilità. Se pensiamo ad esempio alle gare di 100 m, ce n’è una per ogni tipo di disabilità. È un mondo stupendo ma con un approccio completamente diverso dal nostro. L’unica regola diversa da quella del rugby tradizionale, che vale anche per la categoria old, è che la mischia è no-contest, cioè non si spinge. Per il resto le misure del campo sono le stesse e si gioca con le stesse regole: ci sono i placcaggi, le rimesse laterali, i calci di punizione. Ovviamente ci sono differenze individuali, ad esempio alcuni ragazzi hanno bisogno di essere accompagnati, ma la gestualità è la stessa. La cosa fondamentale è che ci sia il contatto, perché è quello che dà la dimensione del limite. Infine ovviamente c’è anche tutta la ritualità che sta attorno al rugby: lo spogliatoio, il terzo tempo e le trasferte”

Quando abbiamo cominciato nel 2016 avevamo solo due ragazzi, poi negli anni siamo cresciuti molto: oggi la squadra è composta da circa diciassette persone. I nostri atleti provengono da tutta Padova. Abbiamo un gruppo di ragazzi che gravitano attorno all’Istituto Irpea, poi c’è un gruppo che viene tramite il Gruppo Polis Cooperative Sociali e infine c’è chi viene direttamente dalle famiglie. Siamo gli unici ad usare questo approccio a Padova e in tutto il Veneto, quindi di fatto chi è interessato viene da noi. Il range d’età varia di anno in anno, il più giovane atleta che abbiamo avuto aveva tredici anni circa, mentre il nostro atleta più vecchio ne ha sessantatré. Abbiamo avuto ragazze che hanno smesso a cinquantasei anni, dopo un percorso che le aveva viste superare molte difficoltà e acquisire sicurezza. Non siamo ancora attrezzati, a livello di capacità professionali, per seguire in questo approccio i bambini. I bambini che arrivano vengono dirottati nelle categorie di pari età e inseriti nelle squadre dove sono seguiti da formatori e allenatori molto preparati. Questa è una sorta di parola d’ordine che ci siamo dati a livello di Comitato Regionale Veneto, il Comitato Regionale della Federazione che organizza dall’anno scorso un circuito di “rugby integrato”, propedeutico al gioco del rugby, nel quale ci sono anche gli aspetti che contraddistinguono il nostro approccio”

Negli anni in Italia si è creata una rete di società che usano il metodo Mixed Ability, a oggi siamo otto o nove. È una rete internazionale, che ogni tre anni fa un mondiale: nel 2022 siamo andati a Cork, in Irlanda e il prossimo anno sarà a Pamplona, in Spagna. Nel frattempo, siamo stati a Pamplona anche lo scorso settembre, con una selezione internazionale ad invito a cui possono partecipare, una volta nella vita, giocatori segnalati dalle società. Quest’anno ne abbiamo portati quattro, due ragazzi e due ragazze. Il mondiale è un’esperienza eccezionale, sono partite vere e proprie, con lo stadio pieno di spettatori. Nel 2022 è stato fatto per la prima volta anche il campionato femminile, con quattro squadre. Le nostre atlete hanno partecipato con una franchigia fra italiane, spagnole e sudamericane e sono arrivate seconde, nonostante si fossero conosciute solo un’ora prima di iniziare. Vista l’esperienza positiva, al prossimo mondiale probabilmente ci saranno più squadre femminili. La nostra ambizione sarebbe quella di riuscire ad andare al mondiale con una squadra tutta nostra

La particolarità di questi tornei mondiali è che c’è una doppia classifica, quella sul campo e quella della squadra che interpreta meglio lo spirito Mixed. Chi ha vinto l’anno scorso il mondiale da un punto di vista di interpretazione dello spirito è stata “Los Incluindus” che è una squadra spagnola: non hanno vinto neanche una partita però davano il premio al miglior avversario dopo ogni scontro e facevano tante attività che li portavano a interpretare bene lo spirito dell’inclusione, che è lo scopo alla fine”

Il Mixed è compreso fra le attività di rugby previste dalla Federazione, sotto l’ombrello del rugby integrato. La federazione dice che chiunque vada in campo con un pallone ovale e faccia qualcosa che serve a insegnare il rugby alle persone costituisce un’ attività riconosciuta, nei suoi vari modelli. L’attività fatta dai nostri ragazzi si chiama Mixed Ability perché in campo ci sono persone con diverse abilità: persone con abilità ridotte e persone “normodotate”, che fanno i facilitatori. Non è sempre un rapporto uno a uno, il numero è variabile secondo le esigenze. Per quanto riguarda i facilitatori, ne abbiamo un nucleo che chiamiamo “dell’Inps” perché sono pensionati e poi ci sono dei volontari, persone che hanno interessi di vita completamente diversi. C’è chi ha giocato e anche chi non ha giocato, non è un requisito necessario. Ovviamente abbiamo seguito dei percorsi formativi ma non siamo professionisti del settore, però abbiamo tanta passione. La Federazione ha attivato dei corsi formativi per il rugby integrato oltre ai quali noi, come realtà Mixed Ability, seguiamo percorsi formativi che riguardano i facilitatori e la società. Il concetto è che deve essere la società inclusiva, non la squadra e questo è un processo che richiede anni”

Non esiste un vero e proprio campionato di Mixed Ability Rugby. Si tratta di tornei, circuiti o feste. Nel rugby integrato invece l’anno scorso è partito, su iniziativa del Comitato Veneto, il circuito “ABI rugby” a cui hanno aderito sei società in tutto il Veneto. Quest’anno siamo arrivati già a dieci. È un percorso che, iniziato ad ottobre, farà otto tappe in giro per il Veneto. Durante queste “feste”, in campo ci sono delle stazioni in cui si fanno esercizi riferiti alle diverse modalità di approcciare il rugby, come ad esempio il touch e il tag. Parallelamente, per il Mixed Ability esiste una rete che da quest’anno ha attivato un altro circuito, strutturato in tornei organizzati in casa propria da ogni società partecipante ed in cui le squadre si confrontano sul campo giocando a rugby. La chiusura di questo circuito sarà in occasione di una tre giorni che stiamo organizzando a Piancavallo, dove siamo stati anche l’anno scorso. La manifestazione si svolgerà in collaborazione con Martín Castrogiovanni, l’ex giocatore della nazionale, che in quel luogo tiene il suo “camp” in cui insegna rugby a bambini e ragazzi. L’anno scorso ci ha invitati lì per due giorni di partite, quest’anno vogliamo ripetere l’esperienza ma più in grande. Questa sarà la chiusura ufficiale dell’anno sportivo”

Condividi