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Progetto Tiresia

Il linguaggio dell’arte è universale, include la totalità delle esperienze, riuscendo a dare voce a tutte le realtà che contribuiscono a rendere la società un luogo di arricchimento culturale, abbracciando l’umano nelle sue infinite sfumature. Le voci di coloro che collaborano con il Progetto Tiresia ci fanno riflettere, insegnandoci ad aprire gli occhi – e la mente – a tutto ciò che sta di fronte a noi e chiede di essere riconosciuto.
Progetto Tiresia

Progetto Tiresia - Padova Stories

Mi chiamo Grazia, sono una digital strategist. Sono specializzata in comunicazione culturale e sociale. Con il mio lavoro cerco di applicare un approccio ampio – multidisciplinare – a tutto ciò che concerne la comunicazione, soprattutto in relazione alla rappresentatività mediatica delle minoranze e delle categorie marginalizzate. Premetto che risponderò alle domande dell’intervista facendo uso del “femminile” politico, come nel progetto che presenterò. Se molte persone si sono dovute identificare nel maschile sovraesteso per moltissimo tempo, non sarà un problema adeguarsi al femminile per un po’”

Tra alcuni dei progetti che ho realizzato, quello di cui vado più fiera è il progetto Tiresia. Si tratta di un team di persone esperte in diverse tematiche: psicologia, sociologia, antropologia, arte, cultura e comunicazione. Questo progetto abbraccia diverse storie ed esperienze, volte alla creazione di una nuova dimensione artistica. Proponiamo progetti, workshop, eventi che hanno come comune denominatore l’arte e la cultura, col fine di dar voce a tutte quelle storie che normalmente vengono invisibilizzate dalla società. Il nostro obiettivo è partire dalla comunità per rivolgerci alla comunità stessa, mettendo le persone nella condizione di poter dialogare, ascoltarsi, aprirsi a storie che – altrimenti – non avrebbero mai avuto l’occasione di conoscere. Il nostro è uno spazio inclusivo, dove ci si accoglie e ci si ascolta”

“Nel 2021 avevo iniziato un po’ di progetti culturali riguardanti il teatro e l’arte. Nello stesso anno ho conosciuto il mio coinquilino – Giovanni Leone – un insegnante di scuola primaria. È stato tutto molto naturale: l’ho conosciuto in questi ambienti e ci siamo rese conto che, confrontandoci su temi di psicologia, sociologia ed artistici in generale, insieme potevamo mobilitarci per cercare di modificare alcune cose che del mondo ci stanno particolarmente strette. Ci siamo raccontate le nostre storie e abbiamo deciso di intraprendere una lotta politica, unificando le nostre skills e le nostre esperienze di vita. Mi sono chiesta come si potesse integrare tutto il vissuto, parlando sia con coloro che non conoscono questo mondo – cioè tutto ciò che va oltre il binarismo di genere e che riguarda il mondo LGBTQIA+ –  sia con chi fa fatica a capirlo. Abbiamo pensato che il linguaggio giusto fosse quello teatrale. Dal mio coinquilino, che fa parte della comunità LGBTQIA+, è nata l’idea di rivolgerci anche ai bambini e alle bambine, sensibilizzandoli sulla necessità di abbracciare una mentalità che vada oltre il binarismo di genere e mostrando loro come questo approccio non sia altro che una gabbia sociale che ci imprigiona sin da piccole”

“Successivamente Giovanni ha contattato Sebastiano Andreani e Selvaggia Pizzolitto – rispettivamente un illustratore ed una scrittrice – che si sono occupate della realizzazione di una favola, diventata poi fruibile all’interno delle scuole primarie grazie ad un progetto scolastico. L’obiettivo è fare dell’arte e della cultura il mezzo di comunicazione per parlare di temi che, altrimenti, sarebbero difficili da raggiungere

“Abbiamo inaugurato anche la nostra mostra – Fuck Gender Rolesnata dal confronto con la curatrice Federica Manna ed una fotografa Alessia De Gasperi. La prima esposizione della mostra è stata al Centro Culturale San Gaetano, per poi arrivare al Photo Open Up (il Festival Internazionale di fotografia) e per finire al Laboratorio Sociale Occupato “La Tana”. Ci siamo accorte che le nostre esperienze potevano confluire, attraverso un linguaggio artistico, in una mostra fotografica che parlasse dei nostri modi di scavalcare i ruoli di genere e di come questi avessero influenzato il nostro passato. Auspico che questo progetto possa essere un pratico spunto di riflessione per chiunque desideri analizzare la propria storia in relazione a questa tematica. Dal momento che erano molte le persone con cui stavamo collaborando, abbiamo deciso di realizzare degli shooting fotografici che, mediante due ritratti a testa ed un’intervista audio, potessero rendere fruibile la nostra esperienza a tutte. Abbiamo lavorato assiduamente all’accessibilità della mostra, grazie alle preziose consulenze di Simone Riflesso, un altro attivista queer e disabile che abbiamo conosciuto online. Lui ci ha guidate anche verso quest’altro fondamentale aspetto del femminismo intersezionale. Così, oltre agli audio abbiamo deciso di trascrivere le interviste e creare delle descrizioni dei quadri, in modo tale da renderla accessibile anche alle persone cieche, ipovedendi, sorde e ipoacustiche. Per lo stesso motivo, abbiamo deciso di apportare una modifica fondamentale allo stabile che ospita la mostra: l’aggiunta della rampa in lego – realizzata con l’aiuto dei Talents, un gruppo di ragazzi nello spettro autistico che realizza progetti creativi. È un progetto che tiene conto di molte lotte politiche, che vuole ergersi a discorso più universale possibile. Ciò che dobbiamo imparare è che le esperienze non sono individuali, quando si parla di lotte politiche non ci si può limitare solo alla propria personale esperienza: si tratta di problemi ed ostacoli collettivi. La società crea impedimenti che si riflettono sulle vite di tutte. Non siamo noi ad avere delle difficoltà, è piuttosto la sovrastruttura sociale ad essere ostica. L’identità di genere riguarda davvero tutte, perché ogni singola persona, quando viene al mondo, si fronteggia con un pacchetto preconfezionato di idee: il sistema patriarcale ed eteronormato

Il teatro è uno degli strumenti che utilizziamo. Un attore che collabora con noi Guido Sciarroni dice spesso che l’arte costringe ad ascoltare, anche se con dolcezza. Rispetto ad un cartellone o ad una manifestazione – espressioni entrambe utilissime – non ti pone nella condizione di giudizio o critica. Si tratta solo di aprirsi all’altro, all’ascolto, alla comprensione di cose che sono – talvolta – anche molto distanti da te. L’arte unisce, non divide. È un bene cui ogni persone dovrebbe poter aver accesso, è democratica: è rivolta a tutte. È un linguaggio semplice, che non giudica, che non delimita. Noi ci crediamo fermamente ed andiamo avanti, anche se purtroppo l’Italia non investe molto in cultura”

La mostra fotografica “Fuck Gender Roles” è organizzata così: ad ogni ritratto è associata un’intervista audio (e trascritta), che è possibile ascoltare per scoprire la sua esperienza con i ruoli di genere. Undici persone hanno testimoniato: e in ogni storia c’è un pezzettino di noi. La mia intervista, ad esempio, tratta del mio rapporto col corpo. Il controllo sul corpo delle donne è pressante ed infinito, anche se talvolta non ce ne rendiamo conto. Se ci scopriamo siamo delle poco di buono, se ci copriamo troppo siamo noiosamente serie… Qualunque cosa si faccia, ci aspetta un giudizio. Sul nostro corpo gravano continui imperativi che ci dicono quello che dobbiamo fare, come ci dobbiamo comportare”

Il nome “Tiresia” si ispira al personaggio della mitologia greca, l’indovino Tiresia. Come si narra, Tiresia passò sette anni da uomo e sette da donna, sperimentando sia il piacere femminile che quello maschile. Ci sono esperienze che non potremo mai vivere, sensazioni che non potremo mai sperimentare sulla nostra pelle direttamente. Il nostro progetto serve proprio a questo: restare in ascolto e lottare al fianco delle altre lotte politiche, anche se non le viviamo in prima persona. Quello che possiamo fare è cercare di metterci nei panni degli altri, aprendo la nostra mente a ciò che è distante da noi. I problemi e le difficoltà che le altre vivono quotidianamente non sono loro problemi, sono anche nostri. Si tratta di abbracciare le cause di una comunità intera. La storia di Tiresia abbraccia questo dualismo, dimostra quanto si possa imparare mettendosi nei panni altrui”

Progetto Tiresia - Padova Stories

Eppure dobbiamo anche imparare a guardare dentro di noi, a riconoscere i nostri privilegi e in questo la storia ci più aiutare. Sono stati compiuti moltissimi errori nella storia, errori che non possiamo più permettere che si ripetano. Uno fra questi è stato quello di dar voce ad un femminismo “bianco”, che non teneva assolutamente conto delle persone nere. Era un movimento di rivalsa e giustizia sociale, ma intaccato rivolto unicamente ai bianchi. Attualmente bisognerebbe imparare l’arte dell’ascolto e non pensare che tutto ciò che riteniamo giusto sia davvero tale. Non bisogna dare giudizi a priori, non bisogna fermarsi sulla superficie delle cose. Dobbiamo imparare ad essere umili, rivolgere il microfono alle altre persone. Mi infastidisce quando le persone si scontrano senza creare un dialogo, oppure quando si dividono anche all’interno della stessa lotta. Attraverso il dialogo si può andare lontano. Ad esempio, il motivo per cui le donne vengono giudicate è perché non vengono mai ascoltate le loro esperienze. Tutte le cose che succedono a loro non vengono mai valutate a pieno, viene messa in dubbio ogni parola, come avviene anche in tribunale quando viene presa in esame una denuncia per violenza. Questo è il modo per invalidare le esperienze e le emozioni altrui, ed è qualcosa di sbagliatissimo

“Quello che mi fa più arrabbiare è che le persone non si vogliano mai mettere in discussione, né vogliano mettere in discussione il sistema in cui viviamo. In questo modo rimarremo sempre ferme dove siamo. È chiaro che non si può cambiare il mondo da cima a fondo, però possiamo cambiare le cose a partire da noi stesse, dalla nostra personale esperienza. Il nostro primo assioma è “la lotta è reale solo se è intersezionale. Cerchiamo di dare voce a tutti coloro che vogliono aiutarci: per esempio, quando si è rotta la rampa che collega le due scale nello stabile che ospita la mostra, abbiamo deciso di devolvere i fondi ai Talents, di cui sopra. Questo, per noi, è stato molto importante”

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