Sara Zampollo

Sara Zampollo fa del suo presente un modo per migliorare il nostro futuro. Ambassador di VinoKilo, podcaster per Intrecci Etici e contrinutor per Dress The Change: le sue missioni sono concrete e volte al miglioramento del nostro rapporto con la moda etica. Una divulgatrice impegnata per la rivalutazione del passato e dei suoi prodotti, una figura di estrema rilevanza in un momento storico che sogna di cancellare l’approccio consumistico e sovraproduttivo della moda.

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Sara: “Mi chiamo Sara Zampollo, ho 27 anni e sono originaria di Solesino, in provincia di Padova. Ho vissuto a Padova negli anni dell’università, poi ho deciso di trasferirmi all’estero per qualche anno. Ho studiato Mediazione linguistica, con l’indirizzo “Marketing”, presso l’Università di Padova

“Per qualche anno ho vissuto e lavorato in Francia. Durante quest’esperienza ho studiato “Comunicazione e Organizzazione Eventi”: un percorso che mi ha portato ad elaborare una tesi di laurea focalizzata sul modo in cui i brand comunicano la sostenibilità nel mondo della moda, dal momento che mi ero appassionata a questi temi. Già alle superiori mi vestivo con vestiti usati, mi piaceva cercarli e me ne ero appassionata anche se lo facevo più per risparmiare e perché mi piacevano i capi vintage, non pensavo ancora alla sostenibilità.”

“Guardare “The True Cost”, un documentario che tratta dell’impatto della moda sull’ambiente e sulle persone per me è stato fondamentale per iniziare a rendermi conto del problema. Consegna allo spettatore una visione a trecentosessanta gradi di come le nostre scelte influenzino il presente dei lavoratori e il futuro del pianeta. Inoltre in Francia c’è molta più consapevolezza sull’impatto della moda e, in generale, sul nostro impatto ambientale. Vivere a Parigi mi ha permesso di appassionarmi e approfondire queste tematiche” 

“Quando è arrivata la pandemia mi sono trasferita nuovamente in Italia. Il mio minuscolo studio parigino – dove vivevo – non era sicuramente adatto per trascorrerci quel periodo. Ho avuto molto tempo a disposizione, così ho deciso di far parte di un’associazione che si occupa di divulgazione sul tema della moda sostenibile, chiamata Dress the change, che mi ha permesso di entrare in contatto con persone impegnate sul mio stesso fronte ma da background diversi, da addetti al settore moda, avvocati, esperti di marketing.” 

Il lockdown ha cambiato totalmente i miei piani di vita: frequentavo l’Università in Francia e, allo stesso tempo, svolgevo un’esperienza di alternanza scuola lavoro in una start-up nel turismo sostenibile. Terminata quell’esperienza, sempre durante il lockdown, ho ricoperto il ruolo di assistente della fondatrice della Helsinki Fashion Week e, nel mentre, ho iniziato a lavorare come Social Media Manager e traduttrice, sfruttando le mie competenze linguistiche. Quando ho dovuto scegliere se tornare a Parigi o se restare in Italia, ho deciso di rimanere. Mi si erano aperte nel frattempo diverse opportunità lavorative, così ho deciso di aprirmi la Partita Iva”

“Ho sempre vissuto con molta ansia la scelta del mio percorso di vita, come se esistesse un solo percorso predefinito, l’unico che potesse veramente rendermi felice e appagata, che è un po’ quello che ci si sente dire quando si sceglie il proprio percorso di studi o si fanno le prime esperienze lavorative.”

“Più tardi nel tempo mi sono resa conto che esistono tanti mondi possibili, come se ci fossero tante versioni di ognuno di noi, tutte ugualmente possibili, in cui possiamo essere felici in modi diversi. Infinite possibilità di realizzazione delle nostre aspirazioni, senza che ne esista una giusta e una sbagliata.” 

“Qualche mese dopo ho iniziato a lavorare al podcast di Intrecci Etici, progetto che inizia come documentario. Al contrario dei documentari che finora hanno parlato dell’impatto disastroso della moda sull’ambiente e sulle persone, Intrecci Etici ha un approccio più propositivo e positivo e parla della rivoluzione della moda sostenibile in Italia con l’obiettivo di mostrare tutti i progressi che l’Italia sta compiendo in questo campo. Il documentario è stato pubblicato a gennaio 2021 ed io sono subentrata qualche mese dopo, occupandomi della produzione dei podcast e intervistando diverse realtà italiane, tutte a loro modo impegnate su questo fronte. I due ideatori, Lorenzo Malavolta e Lucia Mauri, sono due registi ed entrambi hanno vissuto a Padova” 

“Quando Lorenzo e Lucia mi hanno proposto di condurre il podcast non sapevo se accettare o meno, essendo qualcosa che non avevo mai fatto prima. Infatti nella prime puntate ero molto rigida, temevo di fare errori, di non riuscire a controllare i tempi, la voce, le domande, le risposte degli ospiti. Sono felice invece di essermi messa in gioco e di aver guadagnato sicurezza puntata dopo puntata.”

“Ogni podcast presenta un ospite diverso. La selezione dei personaggi da intervistare viene eseguita con tutto il team e cerchiamo di coprire argomenti diversi con ogni ospite, evidenziando l’individualità di ciascuno. Abbiamo parlato con diverse aziende “made in Italy”, ma anche con altre dal respiro internazionale, tra cui anche Patagonia con Stefano Bassi. Una volta definiti gli ospiti che vogliamo intervistare, mi occupo di scrivere le domande e di studiare l’ospite, ascoltando o leggendo tutte le interviste che ha già rilasciato e leggendo i suoi libri, se ne ha scritti, come è capitato con  Orsola De Castro, per esempio. Questo mi permette di conoscere il più possibile la persona che ho davanti. Per questo, quando iniziamo a registrare il podcast so già dove mi piacerebbe portare la conversazione con l’ospite, a cui però cerco di non dare indicazioni troppo precise, perché vogliamo che la chiacchierata sia il più spontanea possibile”

“Grazie al podcast ho iniziato a collaborare con VinoKilo Italia come Educational Ambassador: mi occupo della parte educativa all’interno degli eventi, delle interviste, delle dirette sul loro profilo Instagram, di workshop e partnership con aziende sostenibili. Con loro ho iniziato ad eseguire interviste live, ed è stato un modo per mettermi nuovamente in gioco dato che ero abituata a delle interviste registrate nella mia cameretta con la possibilità di tagliare tutto ciò che non funzionava.”

Nei podcast si entra molto in confidenza con gli intervistati: è il format che preferisco in assoluto e, dato che l’intervista si svolge in una videochiamata, senza pubblico e sapendo che si potranno tagliare eventuali sbavature si riesce a creare una bella complicità e un clima rilassato. Solitamente gli ospiti sono persone che stimo e che seguo da tempo, e mi piace talmente tanto intervistarle che a volte mi devo trattenere: starei ore a parlarci! Trovo che tra le persone più interessanti da intervistare ci siano quelle che hanno una lunga storia alle spalle, tanta esperienza e tanti aneddoti interessanti. Quando ho intervistato A.N.G.E.L.O. Vintage ad esempio, abbiamo realizzato una registrazione di più di un’ora, ma sarei rimasta ad ascoltarlo ancora e a farmi raccontare molti altri aneddoti. Purtroppo però c’è un rovescio della medaglia: più un podcast è lungo, più è difficile da seguire e diventa adatto solo a un pubblico molto interessato nell’argomento o che ha il tempo di ascoltare interviste molto lunghe. Una registrazione breve tende sempre ad invogliare maggiormente”

 

“Moda sostenibile per me significa moda rispettosa. Vestirsi in modo sostenibile significa avere rispetto per il mondo che ci circonda. Quando ho preso coscienza dell’impatto della moda sull’ambiente e sui lavoratori ho iniziato a rivedere i miei acquisti. Dal punto di vista ambientale, la moda è estremamente inquinante a causa delle emissioni e dell’inquinamento delle acque causato dall’utilizzo di tinture. La maggior parte dei nostri vestiti vengono realizzati in paesi come il Bangladesh, Cambogia e India in cui lavoratore non gode delle stesse tutele che abbiano noi, né viene remunerato correttamente. Dal punto di vista espressamente etico, scegliere di vestirsi in modo sostenibile vuol dire opporsi a questo modus operandi” 

“Tutti i discorsi circa la moda etica scaturirono dopo il crollo del Rana Plaza nel 2013.  Diversi brand scoprirono solo in quel momento di produrre i propri abiti in quella palazzina pericolante, il che ci fa capire quanta poca trasparenza ci sia in questo mondo”

Nel momento in cui ho realizzato che anche i miei abiti potevano provenire da situazioni di sfruttamento e disagio sociale, ho iniziato a strutturare i miei acquisti in modo tale che potessero osteggiare il fast-fashion” 

Un modo valido di opporsi a queste modalità di produzione è scegliere di comprare all’usato: riutilizzare quello che è già stato prodotto è utile per evitare la sovrapproduzione di capi. L’eccessiva produzione caratteristica dei brand appartenenti alla categoria del fast-fashion è proporzionale all’eccessiva domanda. La mia opzione preferita è il vintage, ma non a tutti piace e saper apprezzare la ricerca dei capi richiede molta pazienza. E ci sono anche molti brand sostenibili che dimostrano il proprio rispetto per i lavoratori e per il pianeta in cui vale la pena investire. Sono nati moltissimi progetti artigianali ed etici: queste sono le realtà che secondo me vale la pena supportare” 

“Le nuovissime app di compravendita – come Vinted – rendono la ricerca molto più semplice e veloce. È molto probabile che si riesca a trovare anche vestiti nuovi con ancora il loro cartellino. Con queste modalità – quella di ricercare capi già usati – anche decidere di comprare da brand del fast-fashion per allungare la loro vita il più possibile è più sostenibile del comprare capi nuovi

Non colpevolizzo assolutamente le persone che acquistano da brand che fanno parte della categoria del fast-fashion, mi rendo conto che non tutti abbiano il tempo e l’energia mentale per informarsi o cercare alternative. Ritengo che tutta la colpa ricada sui brand e che siano loro a dover cambiare. Spero che i miei discorsi aiutino ad aumentare la consapevolezza su questi temi, senza mai sfociare nel giudizio o far sentire in colpa le persone. Compatibilmente con i propri mezzi, ognuno fa quello che può. Non possiamo farci carico di tutti i problemi, il peso sarebbe insostenibile, dal momento che il nostro impatto è costante, in ogni ambito della nostra vita.

 

“Da quando ho iniziato a parlare di questi temi anche sul mio profilo Instagram mi capita di ricevere messaggi anche da sconosciuti che mi chiedono consigli o mi dicono di aver ascoltato il podcast ed è una cosa che mi sorprende positivamente ogni volta e mi riempie di gioia.”

Da lì mi son resa conto che il nostro modo di utilizzare i social è perlopiù passivo. Ci sono persone che interagiscono pochissimo e poi, improvvisamente, decidono di utilizzare il proprio tempo per scrivere un messaggio e ringraziarti per qualcosa che hai detto mesi prima. Le nostre parole possono cambiare la visione del mondo di qualcuno e sicuramente la mia visione del mondo è cambiata grazie alle parole di altri. Penso sia questo il potere dei social, permettere di creare connessioni e supportarsi a vicenda. Anch’io ho iniziato a manifestare più spesso il mio interesse e la mia ammirazione per le persone, mi sono resa conto di seguire molte persone in modo silente nonostante siano una presenza quasi quotidiana nella mia vita a cui devo molto. Penso sia fondamentale supportarsi vicendevolmente per creare connessioni positive e arricchirsi sul piano umano”

“Al momento non so dove vivrò in futuro, lavorando per lo più da remoto ho la possibilità di spostarmi e vivere in posti diversi. Non voglio pormi limiti e confini, voglio aprirmi alle diverse opportunità e osservare dove mi condurranno”

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