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Voglio essere l’ultima

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Il tema dell’editoriale di questa settimana doveva essere un approfondimento sulle otto competenze europee e sulla nona proposta dalla Polisportiva Sanprecario.

Purtroppo, la scorsa settimana Padova è stata teatro di un tragico fatto di cronaca che ci ha profondamente scossi, portandoci ad elaborare alcune riflessioni. 

In occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, che si celebrerà sabato 25 novembre, vorremmo condividerle con voi.

Giulia Cecchettin è stata la centocinquesima donna uccisa in Italia nel 2023. La stima è che nel nostro Paese una donna venga uccisa circa ogni tre giorni e, secondo Wired Italia, la metà delle vittime muore per mano del partner o dell’ex partner. E di queste 105, comunque, 82 sono state uccise da familiari o affetti.

I numeri sono chiari, come è chiara la rabbia che sta provando la nostra comunità. Nella sera di lunedì 20 novembre, infatti, erano circa quindicimila le persone radunate nel centro di Padova per far sentire la loro voce.

Il titolo che abbiamo scelto per questo editoriale è “Voglio essere l’ultima”. Se anche voi avete seguito i recenti fatti di cronaca, probabilmente avrete letto questa frase, tratta da una poesia di Cristina Torres Cacéres, scritta nel 2011 e utilizzata già da qualche tempo da organizzazioni femministe per la lotta alla violenza di genere. Queste sono le strofe più condivise sui social:

“Se domani sono io, sorella, 

se non torno domani, 

distruggi tutto.

Se domani tocca a me, voglio 

essere l’ultima”

Nella poesia originale, Cristina Torres Cacéres al posto di “sorella” si rivolge a “mamma”, ma il cambio di interlocutore rende la poesia ancora più forte.

Nel caso di Giulia e delle altre 81 donne uccise solo nel 2023, si tratta di vero e proprio femminicidio. Un femminicidio infatti è un omicidio nel quale la vittima viene uccisa in quanto donna: non è dunque un incidente isolato, ma il risultato di una serie di violenze di carattere economico, psicologico, fisico o sessuale. Non è un termine recentissimo, viene infatti utilizzato con questa accezione per la prima volta nel 1992 dalla criminologa Diana H. Russel.

In questi giorni si è molto parlato anche di responsabilità individuale e sociale. In particolare, si è posta l’attenzione sull’educazione all’affettività. L’idea di introdurla nelle scuole c’era già da qualche tempo, ma è solo ora che si sta spingendo affinché venga inserita effettivamente nel programma scolastico. È vero che educare i bambini e le bambine a saper gestire le proprie emozioni è importantissimo, ma non dobbiamo dimenticare che anche i genitori stessi dovrebbero saperlo fare. Sarebbe fondamentale che tutti, anche chi l’educazione affettiva non l’ha ricevuta né a scuola né in famiglia, capissero come esprimere e gestire le emozioni, affinché possano essere vissute in modo consapevole.

Da tempo la questione dell’intelligenza emotiva e della sua educazione è affrontata anche in ambito universitario. Basta dare un occhio al motore di ricerca scholar, creato appositamente per il mondo accademico, per scoprire quanti professionisti hanno già trattato il tema.

La sensibilizzazione riguardo queste tematiche, però, spesso non è abbastanza. Un modo per tutelarci è, purtroppo, quello di imparare a difenderci da sol3. Certo, fisicamente si possono seguire dei corsi di autodifesa, ma si possono anche imparare a riconoscere i comportamenti tossici e manipolatori del partner o dell’ex, cercando di non giustificarli e facendo affidamento sulla nostra rete di affetti. Emblematico è il vocale di Giulia in cui la giovane racconta preoccupata alle amiche i comportamenti dell’ex fidanzato Filippo Turetta, senza riuscire a riconoscere i segnali chiarissimi di una relazione tossica.

Una relazione tossica, ci teniamo a sottolinearlo, può essere anche semplicemente un’amicizia, non per forza una relazione romantica. In questo articolo, Serenis dà delle spiegazioni chiare e precise su questo tipo di relazioni. La cosa più importante è quella di interrogarsi sulla natura del rapporto nel quale ci si trova e su come questo ci faccia sentire.

Dalla nostra discussione in redazione è emerso come ci sia scarsa conoscenza dei segnali che le donne vittime di violenza possono utilizzare in caso di pericolo, senza destare sospetti. Di sicuro il segnale più conosciuto, lanciato nel 2020 dalla Canadian Women’s Foundation, è il “Segnale d’aiuto”: si tratta della ripetizione di un gesto che può essere fatto in molte occasioni. Si parte da un palmo aperto, si chiude il pollice a metà palmo e si finisce chiudendo le restanti quattro dita, poi si ripete.


Un altro modo per denunciare la violenza può essere quello di chiamare i numeri d’emergenza e ordinare una pizza margherita. Nel 2021 è stata infatti lanciata una campagna contro la violenza di genere chiamata
Call4Margherita dalla ActionAid.

In ogni caso, il numero del centro anti violenza e stalking è il 1522, che ha a disposizione anche una chat nel suo sito. Ci sono anche app che offrono servizi di “accompagnamento” per donne che tornano a casa da sole e non si sentono al sicuro. Qui ne trovate una lista.

I dati che abbiamo riportato all’inizio dell’editoriale sono oggettivi. La buona notizia è che in Italia, secondo i dati del Ministero dell’Interno, nel 2023 stiamo riscontrando un calo di femminicidi rispetto al 2022, per ora. Nella tabella che abbiamo inserito qui sotto, pubblicata dal Ministero dell’Interno, facciamo riferimento alle due colonne di sinistra, che mettono a confronto il periodo dall’ 1 gennaio al 19 novembre sia del 2022 che del 2023. 

La storia di Giulia, sia per vicinanza territoriale che emotiva, sarebbe potuta essere la storia di ognuno di noi. Se da un lato provare tristezza, rabbia e sconforto è del tutto umano, crediamo necessario, soprattutto alla luce di quanto appena discusso, riuscire a trasformare queste emozioni in forza propulsiva per un cambiamento.

Un cambiamento che ci porti a prestare più attenzione a chi ci sta accanto e ad individuare e riconoscere comportamenti tossici nelle persone che abbiamo davanti o che ci sono vicine. 

Facciamo insieme che questa volta sia davvero l’ultima.

Rest in power, Giulia.