Welcome to Fast Fashion

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Questa settimana abbiamo parlato con Manuel Canova di Imjit35020, che ci ha raccontato l’etica che sta dietro la produzione dei suoi jeans, pezzi unici creati su misura e con materiali ecologici. Sin dall’avvio della sua attività, Manuel ha sempre avuto chiaro che si sarebbe tenuto fuori dal mondo del mass market, che segue logiche spesso opportuniste.

A chi non è capitato infatti, negli ultimi anni, di sentire parlare di fast fashion?

Questo termine, traducibile letteralmente con “moda veloce”, indica un modello di business caratterizzato da: produzione di enormi volumi di vestiti, velocità di immissione nel mercato, tempo di utilizzo limitato di questi ed enormi impatti ambientali e sociali.  

Nonostante abbia visto il suo boom solo nei primi anni Duemila, questo modello produttivo affonda le proprie radici nelle industrie tessili ottocentesche, dove centinaia di operai lavoravano alla realizzazione di abiti in serie destinati alle donne delle classi medie per compensi miseri. Negli anni Cinquanta, grazie alle sempre più numerose richieste di capi alla moda da parte dei giovani, la vendita dei capi prodotti in fabbrica aumentò, portando il settore a dislocare alcune fasi della produzione

Nacquero così piccoli negozi adibiti alla vendita di abiti ispirati a quelli disegnati dai grandi marchi ma con prezzi molto più accessibili. In poche parole, nacquero così i negozi destinati a diventare un giorno i colossi del fast fashion. È il caso di Zara, pioniera di una formula produttiva e distributiva completamente nuova, il cui primo negozio venne fondato in Spagna alla caduta della dittatura di Francisco Franco nel 1975. E fu proprio dopo l’apertura di un negozio Zara a New York nel 1989 che il New York Times coniò il termine “fast fashion, in riferimento alla velocità di questo nuovo processo di produzione grazie al quale bastavano solo quindici giorni perché un nuovo capo passasse dalla mente dello stilista al negozio

Recentemente, con la nascita del colosso cinese Shein, si è arrivati a parlare addirittura di Ultra Fast Fashion. Il principio è sempre lo stesso, ma viene spinto all’estremo. Con un valore di oltre sessanta miliardi, Shein è la più grande azienda di moda online al mondo.

Ma cosa rende questo modello più veloce della moda veloce? 

L’annullamento della vendita al dettaglio. La vendita di questi marchi avviene infatti solo online, principalmente su TikTok (dove l’hashtag #shein conta quasi ottanta miliardi di visualizzazioni), grazie a uno studio meticoloso di algoritmi e trend social. Questi marchi sono, in poche parole, in grado di proporre 365 collezioni l’anno, lasciando indietro anche i brand pionieri della fast fashion. Si stima che ogni giorno vengano creati per Shein tra i 35 mila e i 100 mila capi, sulle richieste provenienti grazie agli haul video realizzati dalle influencer per condividere l’unboxing degli scatoloni ricevuti con capi acquistati a bassissimo prezzo, incentivando di fatto ad un acquisto compulsivo. Il concetto è: anche se una maglietta dovesse arrivare con un difetto o di una taglia sbagliata, pazienza. Tanto è costata solo due euro.

Sembrerebbe un sogno: capi di tendenza alla portata di tutti, che eliminano le differenze sociali rendendo la moda più democratica. Ma quanta polvere si nasconde sotto questo tappeto? 

Spendere poco per vestirsi bene e in modo sempre diverso è possibile, è vero, ma comporta grossi problemi di carattere ambientale, etico e sociale, che rappresentano il vero prezzo da pagare

Il settore tessile, che nel mondo è responsabile di circa il 10% delle emissioni di gas serra, è il terzo in Europa per consumo di acqua e di suolo.

Nel 2020, l’UE ha stimato che il consumo tessile avesse richiesto nove metri cubi di acqua, quattrocento metri quadri di terra e quasi quattrocento chilogrammi di materie prime a persona, per un’impronta ecologica di circa duecentosettanta chili.

Non è difficile poi immaginare come la realizzazione di massicce quantità di abiti comporti massicce quantità di rifiuti. I consumatori infatti indossano un capo in media meno di dieci volte, da un lato perché ci sono sempre nuove mode da seguire, dall’altro perché in alcuni casi la qualità dei prodotti è talmente scarsa da renderli presto inutilizzabili. Tra il 4% e il 9% degli indumenti prodotti dal mercato europeo vengono addirittura distrutti senza essere mai stati indossati.

E dove vanno a finire tutti questi capi usati? 

Lo sviluppo di una circolarità nel settore tessile è purtroppo ancora un’utopia: solo l’1% dei prodotti tessili globali viene riciclato infatti in nuovi prodotti

Gli indumenti usati vengono inviati principalmente in Africa e Asia, dove la richiesta di abiti economici ed europei è molto alta. Tutto ciò che viene scartato finisce a sua volta nelle discariche, dove lo smaltimento comporta il rilascio di sostanze chimiche nocive per la salute. Un report di Ellen MacArthur Foundation del 2016 stimava che il mondo inviasse l’equivalente di un camion di rifiuti tessili nelle discariche e inceneritori ogni secondo.

Quando rifiutati dalle discariche municipali, queste tonnellate di vestiti vengono gettate nelle discariche a cielo aperto, dove nel tempo si accumulano, impiegando secoli per degradarsi e rilasciando nel frattempo sostanze inquinanti nel suolo. Emblema di tutto questo è il Deserto di Atacama, nel nord del Cile, dove ogni anno arrivano migliaia di tonnellate di abiti invenduti e di seconda mano, che nel tempo hanno generato un enorme cumulo visibile addirittura dalle immagini satellitari.  

Parallelamente alla questione ambientale, le controversie della fast fashion sono legate anche alle condizioni dei lavoratori del settore tessile, terzo al mondo per numero di impiegati. 

Ciò che permette alle aziende di abbattere tempi e costi è la delocalizzazione della produzione nei Paesi in via di sviluppo, principalmente in Asia, dove gli impiegati nelle catene di produzione affrontano condizioni di lavoro inaccettabili, che includono salari miserabili, pagamento a cottimo, tempo di lavoro extra forzato e non retribuito, lavoro irregolare, rischi per la salute e la sicurezza e assenza di benefit

Gli indumenti sono infatti oggi al secondo posto (dopo i dispositivi elettronici) nella classifica dei prodotti a rischio di moderna schiavitù per cui gli stati del G20 spendono di più. 

Potremmo parlare ad esempio delle politiche di lavoro forzato imposte dallo stato nella regione dell’Uyghur, nella Cina settentrionale, dove viene prodotto più del 20% del cotone globale e circa il 10% di PVC. Il risultato è che un’enorme quantità degli indumenti del mondo rischia di essere implicata nello sfruttamento dei lavoratori uiguri. Secondo un report condotto dall’ Uyghur Rights Monitor, l’Helena Kennedy Centre for International Justice e l’Uyghur Center for Democracy and Human Rights anche le catene di produzione dei brand che vendono in Europa sarebbero coinvolte in questo processo e starebbero anzi tentando di offuscare il proprio coinvolgimento con diverse strategie. 

Oppure potremmo citare “Inside the Shein Machine: UNTOLD”, la video inchiesta condotta da Channel 4 che ha portato alla luce le condizioni di lavoro disumane degli operai del colosso cinese. Settantacinque ore di lavoro settimanali, un solo giorno libero al mese e stabilimenti che pagano quattro centesimi per ogni indumento confezionato.

La conseguenza più devastante di questo modello di produzione è tristemente nota a tutti: ci riferiamo al disastro del Rana Plaza, un edificio di otto piani situato nell’ Area di Dacca in Bangladesh che, a causa della negligenza dei proprietari della fabbrica tessile, nell’aprile del 2013 crollò rovinosamente provocando la morte di 1,134 persone

Risulta evidente come questa cultura dell’usa e getta non sia in alcun modo sostenibile. 

Nonostante si stia diffondendo sempre più la tendenza del vintage e del second hand, non sempre queste opzioni rappresentano una scelta realmente sostenibile e anzi spesso vengono pensate solo in ottica di greenwashing. Pensiamo ad esempio alla nascita di tutte quelle piattaforme di vendita e scambio online di capi nuovi e usati, di cui Vinted è portavoce. Se da una parte questi spazi donano una nuova vita a capi già indossati, dall’altra parte bisognerebbe forse riflettere sul fatto che un sistema di questo tipo, che incoraggia l’acquisto compulsivo a basso costo, rischia di fatto di favorire quel modello di consumismo che alimenta il mondo del fast fashion.

Come ci spiegava Manuel, ciò che è necessario è cambiare alla radice il modo in cui viene percepita la moda, adottando modelli di consumo nuovi e più consapevoli, che valorizzino la materia prima e il lavoro artigianale, favorendo la durabilità e la qualità dei capi.

Per fare questo, è necessario un impegno collettivo da parte di consumatori, aziende e governi. 

E forse qualcosa sta iniziando a muoversi.

In Francia lo scorso mese è stato infatti approvato alla Camera il primo disegno di legge al mondo contro la fast fashion, che prevede l’istituzione di una tassa ambientale sui capi prodotti dalle grandi aziende della moda veloce, il divieto di pubblicità per questi marchi e l’obbligo di trasparenza nei confronti dei consumatori sugli impatti ambientali della produzione.